Tentazione
“Vieni da me… Vieni da me…” La voce suadente di una giovane fanciulla risuona nell’aria, avvolta dal mistero, mentre i suoi occhi luminosi fissano un uomo muscoloso. Le sue labbra accennano un sorriso che promette molto più di quanto non dica. “Vieni da me, Durnan… Vieni da me, non te ne pentirai…”
Durnan, preso dalla visione, avanza lentamente verso di lei, come se qualcosa di irresistibile lo stesse attirando in un luogo solitario, lontano da tutto.
“Durnan! Svegliati, ci siamo quasi!” La voce tagliente di Korrik interrompe bruscamente il sogno. L’uomo magro scuote il suo compagno d’avventura, rompendo l’incantesimo che lo tiene prigioniero. “Come fai a dormire così profondamente sul carro? Ci stiamo avvicinando al villaggio.”
Durnan si sveglia di soprassalto, confuso. I muscoli tesi dal riposo forzato. Con un grugnito si stiracchia e si solleva, lasciandosi il sogno alle spalle, anche se le immagini della fanciulla persistono nei suoi pensieri, come un’eco lontana che non riesce a dimenticare. “Perché mi hai svegliato? Era un sogno meraviglioso…” borbotta, mentre si siede in mezzo del carro tra le casse della carovana, ancora mezzo intontito.
“Dai, guardati attorno,” lo incalza Korrik, gettando uno sguardo verso l’orizzonte. “Siamo quasi a destinazione. Quel villaggio che mi hai raccontato dovrebbe essere proprio dietro la prossima collina.”
Durnan sbadiglia, poi i suoi occhi scuri scrutano il panorama, cercando di orientarsi. Le colline che li circondano sono avvolte da una nebbia sottile, come se la terra stessa volesse nascondere qualcosa. L’aria è più fredda adesso, e un silenzio innaturale sembra avvolgere la foresta attorno a loro.
Korrik allunga una mano e spinge il braccio del suo amico verso est, indicandogli una sottile linea di fumo che si alza pigramente nel cielo grigio. “Guarda là,” dice a bassa voce, quasi sussurrando. “Case… e del fumo che sale da un camino. Dev’essere il villaggio.”
Il capo della carovana grida dall’alto del carro in testa al gruppo: “Ecco Thornreach, il villaggio che mi avete chiesto. Lo chiamano anche Il Rifugio delle Tre Madri.”
Durnan e Korrik si scambiano un rapido sguardo. Korrik arriccia la fronte, confuso. “Perché lo chiamano il Rifugio delle Tre Madri?” chiede, la curiosità nella sua voce accompagnata da una sottile inquietudine.
Durnan, sempre pragmatico, scrolla le spalle. “Un nome vale l’altro, purché ci diano lavoro e cibo,” risponde, facendo finta di non essere turbato. Ma l’eco del nome riecheggia nella sua mente come qualcosa di sbagliato, anche se non lo ammetterebbe mai.
Korrik alza un sopracciglio, un sorriso leggero increspa le sue labbra. “Sì, sì… Altro che lavoro e cibo. Stai pensando ad altro tu,” lo punzecchia, cercando di allentare la tensione che sente crescere.
Mentre la carovana si ferma bruscamente, il legno cigola sotto il peso dei carri e il silenzio del luogo li avvolge. Durnan e Korrik scendono dal carro, il terreno fangoso scricchiola sotto i loro stivali. L’aria è più fredda qui, come se il villaggio stesso fosse intriso di un’atmosfera oppressiva, nonostante il sole sia ancora alto.
Korrik si china a prendere il suo zaino. In quel momento, un brivido gli corre lungo la schiena, come se qualcuno gli soffiasse sul collo. Si immobilizza, la mano a mezz’aria. Poi la sente, una voce sottile, quasi un sussurro, ma incredibilmente chiara, come se qualcuno fosse proprio accanto a lui: “No, non farlo… Andate via…”
La voce gli fa gelare il sangue nelle vene. Korrik si raddrizza di scatto, guardandosi attorno con occhi spalancati. Non c’è nessuno. Solo Durnan, intento a sistemare le sue cose, e i carri che si fermano uno ad uno. L’aria è ferma, troppo ferma, e il villaggio davanti a loro sembra osservare silenziosamente, come un predatore nascosto che attende paziente.
Korrik si schiarisce la gola, cercando di ignorare quella sensazione inquietante. “Hai sentito qualcosa?” chiede piano, ma la voce gli trema leggermente.
Durnan alza lo sguardo, senza troppa preoccupazione. “Sentito cosa?” risponde distrattamente, legando il suo mantello attorno alle spalle. “Forse il vento. Andiamo, Korrik, siamo qui per lavorare, non per spaventarci di ogni ombra.”
Ma Korrik non riesce a scrollarsi di dosso l’impressione che qualcuno, o qualcosa, li stia osservando. Il Rifugio delle Tre Madri… il nome risuona nella sua mente, più sinistro di quanto voglia ammettere.
I due uomini scaricano i loro bagagli dal carro, i movimenti lenti e pesanti come se la stanchezza del lungo viaggio si fosse improvvisamente intensificata. Il suono sordo delle ruote della carovana che si allontana si perde nell’aria silenziosa, mentre salutano distrattamente i membri del gruppo. Il vento, improvvisamente più freddo, porta con sé un gelo innaturale, insinuandosi sotto i loro mantelli, come dita invisibili che cercano di afferrarli.
Korrik si gira, il suo sguardo inquieto esplora il paesaggio attorno a loro. La foresta, che fino a poco fa sembrava una presenza rassicurante, qui assume un aspetto diverso, più minaccioso. Gli alberi ai piedi della collina si piegano leggermente, come se stessero nascondendo qualcosa. Osserva il sentiero che si arrampica verso il villaggio, ma una nebbia sottile e persistente avvolge tutto ciò che si trova oltre, come un manto denso che impedisce di vedere chiaramente. È quasi come se la natura stessa cercasse di tenere a distanza gli sguardi curiosi, una barriera impalpabile tra loro e ciò che li aspetta oltre.
Durnan, intento a sistemare il suo zaino sulla spalla, si irrigidisce improvvisamente. Un brivido improvviso lo attraversa, facendogli correre un gelo lungo la schiena. Per un uomo abituato al freddo delle montagne, è una sensazione innaturale, che lo colpisce con una forza inspiegabile. Si ferma, la mano ancora sulla fibbia dello zaino, e si guarda attorno con attenzione. I suoi occhi si spostano verso il villaggio, ma tutto ciò che vede è una distesa di ombre che si allungano sul terreno.
Poi la sente. Una voce morbida, seducente, che sembra insinuarsi direttamente nella sua mente, come un sussurro al confine tra il sogno e la realtà. “Vieni da me… vieni… ti aspettano molte belle cose…”
Il suono è ipnotico, avvolto in un fascino oscuro che fa accelerare il battito del suo cuore, quasi contro la sua volontà. Durnan si gira di scatto, cercando freneticamente l’origine di quella voce. Ma non c’è nessuno. Solo il villaggio, che pare sospirare con la brezza leggera, e gli alberi della foresta, le cui fronde ondeggiano come guardiani silenziosi e vigili.
Era la prima volta che sentiva quella voce nella realtà. Nei sogni l’aveva udita spesso, sempre dolce e ammaliante, ma qui, nel mondo reale, aveva un peso diverso, un’eco che gli si aggrappa alla mente con un senso di minaccia.
Korrik, concentrato nel chiudere le cinghie del suo zaino, si accorge della tensione sul volto del suo compagno. “Tutto bene, Durnan?” chiede, il tono un po’ esitante, con una curiosità mista a preoccupazione.
Durnan non risponde subito. Rimane immobile, come se fosse sospeso tra il desiderio di scoprire la verità e il terrore di ciò che potrebbe trovarvi. La voce continua a risuonare nella sua testa, un richiamo irresistibile, eppure carico di qualcosa di oscuro. Finalmente scuote la testa, come per scacciare quel pensiero, ma la sensazione di essere osservato persiste, una presenza invisibile che lo segue da vicino, come un’ombra troppo vicina per essere ignorata.
“Sì, tutto a posto…” mente, la sua voce priva della solita sicurezza. Dentro di sé, però, quella voce non smette di riecheggiare, più forte e insistente, e con essa cresce una paura che non riesce a spiegare.
Il vento si intensifica, e per un istante Durnan crede di udire qualcosa oltre il sussurro delle fronde. Ma il suono si perde subito nel nulla, lasciando solo quella fastidiosa sensazione di essere osservati, come se qualcosa li stesse scrutando dalle ombre della foresta, attendendo il momento giusto per rivelarsi.
Durnan scrolla le spalle, come per liberarsi di un peso invisibile, poi si sistema lo zaino e parte verso il villaggio. Scruta il bosco attorno a sé, cercando un sentiero o una strada che lo guidino alla meta, ma ogni cosa sembra avvolta da un’atmosfera estranea, ostile.
Korrik esita per un attimo, lo sguardo che vaga incerto tra gli alberi. Non ha scelta: o rimane lì, solo in quell’angolo sperduto del bosco, o segue il suo compagno in quel luogo sinistro. Dopo un profondo sospiro, si sistema lo zaino, si guarda un’ultima volta attorno e si incammina dietro Durnan, le foglie sotto i suoi stivali che sembrano scricchiolare come ossa.
Man mano che avanzano, diventa chiaro che non c’è traccia di alcun sentiero. La foresta sembra essersi chiusa su se stessa, cancellando ogni segno di passaggio umano. Rami bassi e radici contorte si frappongono al loro cammino, costringendoli a districarsi tra gli alberi come se il bosco stesse cercando di trattenerli.
La nebbia attorno al villaggio si fa sempre più densa, sospesa nell’aria come un muro impalpabile che soffoca i suoni e oscura la vista. Nonostante i loro sforzi, non riescono a distinguere alcuna traccia di terra battuta, nessun segno che suggerisca un percorso. È come se la natura stessa li stesse sfidando, custodendo il villaggio come un segreto che non vuole svelare.
I due uomini avanzano, i passi che si fanno cauti e silenziosi, mentre l’oscurità del bosco sembra inghiottirli poco a poco, come una bestia affamata.
Si sentono solo i rumori dei loro passi, il sottile scricchiolio dei rami e delle foglie secche che si spezzano sotto i piedi, e lo strisciare dei rami che sfiorano i loro vestiti, come dita ossute che cercano di afferrarli. Ogni fruscio sembra amplificato nel silenzio opprimente, ogni rumore è un’eco che si perde nella nebbia, avvolgendo i due uomini in un senso di isolamento profondo, quasi irreale.
All’improvviso, una voce rompe quel silenzio, provenendo da dietro le loro spalle. È una voce debole, ma chiarissima, che gela loro il sangue. “No… non andate. Loro sono cattive. Tornate indietro.”
Korrik tira un urlo soffocato, il terrore gli sbarra gli occhi. Durnan si gira di scatto, i muscoli tesi, pronto a difendersi da un possibile attacco. Ma non c’è nessuna minaccia tangibile. Davanti a loro, in mezzo alla nebbia, appare una figura che non avevano notato prima.
È un bambino lentigginoso, dai capelli rossi, avvolto in una tunica sbiadita. I suoi occhi tristi li fissano, e nella sua espressione c’è qualcosa di troppo serio, quasi innaturale. Con voce fievole, ripete il suo avvertimento, “Non andate dalle vecchie… sono cattive. Mangiano gli uomini.”
Korrik e Durnan si scambiano uno sguardo pieno di spavento e di domande, il cuore che martella forte nei loro petti. Il bambino sembra troppo fragile per essere lì da solo, ma c’è qualcosa nel suo sguardo che suggerisce una consapevolezza inquietante, come se avesse visto cose che nessun bambino dovrebbe vedere.
Durnan, che si era irrigidito per l’incontro improvviso, tira un sospiro di sollievo, i muscoli si rilassano appena. “Bimbo, cosa stai dicendo?” chiede, la voce tesa tra la rabbia e il nervosismo, come se cercasse di scacciare quella sensazione di disagio crescente. Poi aggiunge, “Sai dov’è la strada per il villaggio?”
La nebbia sembra farsi ancora più densa attorno a loro, avvolgendo ogni cosa in un silenzio pesante, mentre il bambino continua a guardarli senza rispondere, come se le sue parole fossero l’unico avvertimento che avrebbe dato.
Il silenzio li avvolge di nuovo, opprimente e immobile, ma d’improvviso un rumore distante squarcia l’aria, catturando immediatamente la loro attenzione. Korrik e Durnan si voltano nella direzione del suono, allarmati. Dopo qualche istante, riconoscono il tonfo sordo di qualcosa che cade: probabilmente un albero morto, schiantato a terra con un boato che riverbera nella foresta.
Si girano di nuovo verso il punto dove avevano visto il bambino, ma di lui non c’è più traccia. La nebbia e la foresta lo hanno inghiottito, lasciando solo l’eco del suo avvertimento.
“Ma dov’è finito?” esclama Durnan, osservando attorno con gli occhi socchiusi, come se cercasse un movimento tra la nebbia. “Ma sono scherzi da fare?” sbotta, l’espressione scocciata e incredula.
Korrik, evidentemente spaventato, indietreggia di un passo, le mani che tremano mentre si stringe le braccia, il cuore che martella furiosamente nel petto. “Durnan, torniamo indietro,” sussurra, la voce incrinata dal terrore. “Non mi piace questo posto… non ha senso, qualcosa qui è sbagliato.” I suoi occhi, spalancati e pieni di inquietudine, si muovono nervosamente da un lato all’altro, come se si aspettasse che qualcosa spunti fuori dalle ombre.
Durnan lo osserva, sorpreso dalla reazione del compagno, e cerca di mantenere un’aria calma, come a voler mascherare il piccolo nodo di paura che sente crescere dentro di sé. Sa che le nebbie possono giocare brutti scherzi: “Tranquillo, Korrik. Quando c’è la nebbia, il bosco sembra sempre più strano,” dice, facendo un cenno di disappunto per rassicurarlo.
Korrik non reagisce, ma Durnan decide di insistere. “Vedrai, appena saremo nei pressi del villaggio tutto sarà più tranquillo… e rassicurante”.
Korrik deglutisce, visibilmente combattuto tra la paura e il desiderio di non sembrare debole. Ma il disagio non lo abbandona, e ogni fibra del suo essere gli dice di fuggire.
Durnan, ignorando quel senso di inquietudine che preme anche su di lui, scrolla le spalle e si volta nella direzione da cui stavano venendo. “Dai, riprendiamo il cammino. Se perdiamo tempo, arriviamo a notte inoltrata e ci tocca dormire all’aperto.” Con queste parole, si rimette in marcia, con passi decisi, avanzando nel bosco avvolto dalla nebbia, come se bastasse non guardarsi indietro per scacciare quel senso di minaccia.
“Vieni da me… qui è tranquillo… non farti spaventare da un po’ di nebbia o da qualche bambino… Vieni da me…” La voce è dolce e ipnotica, il tono rilassante, come se appartenesse a qualcuno che conosce da sempre. “C’è una bella sorpresa per te, possente uomo…”, sente dentro di se una forte tentazione a cui non può opporsi, una tentazione che riesce a piegare la sua anima.
Durnan si ferma un istante, una leggera esitazione gli attraversa il volto, come se una parte di lui percepisse un pericolo nascosto. Ma quell’impressione svanisce quasi subito. Anziché irrigidirsi, sente un’ondata di calma invaderlo, sciogliendo ogni tensione dai muscoli. È come se la sua volontà venisse sospinta da una forza invisibile, una sicurezza innaturale che gli dice esattamente dove andare. Senza preoccuparsi di Korrik, comincia a camminare più veloce, la mente avvolta da un senso di serenità irreale, come se niente potesse fargli del male.
Intorno a lui, l’oscurità del bosco si fa sempre più densa. I raggi del sole ormai filtrano appena attraverso le foglie, e il tempo sembra distorcersi; è come se avesse camminato per ore, giorni, sempre più in profondità in quella foresta che sembra non finire mai.
Dietro di lui, Korrik rallenta, il respiro affannoso. Non è abituato a camminare così tanto; lui è un uomo di montagna, abituato a scavare nella roccia e cercare pietre preziose, non a perdersi nei meandri di una foresta oscura. Si appoggia a un masso ricoperto di muschio per riprendere fiato, cercando di calmare il cuore che gli martella in petto.
Mentre riposa, un senso di inquietudine lo assale. Sente qualcosa sotto il piede, qualcosa di duro nascosto tra le foglie. Esita un momento, poi si china, scostando il manto foglioso. Quello che trova lo paralizza dal terrore: una mano scheletrica emerge dal terreno, le ossa bianche coperte da sottili resti di carne. Sente il sangue gelarsi nelle vene. Si ritrae di scatto, il cuore che batte furiosamente.
Ma non è finita. Nel fare un passo indietro, il suo piede calpesta qualcosa di rigido e vuoto. Si china ancora, e questa volta sposta le foglie con dita tremanti. Un cranio lo fissa con le sue orbite vuote, i denti scoperti in un ghigno eterno. Ogni fibra del suo essere gli urla di scappare, di fuggire da quel luogo maledetto.
Un brivido violento lo scuote. La foresta non è solo inquietante; è malvagia, infetta da una presenza che sembra nutrirsi del terrore. L’aria stessa è satura di un male invisibile, e Korrik sente la paura sopraffarlo, insinuarsi in lui come una mano gelida che lo afferra al cuore.
Senza esitare, si volta e inizia a correre verso Durnan, la vista annebbiata dalla paura. Non vuole, non può rimanere lì da solo. La sua unica speranza è raggiungere l’amico, sperando che sia ancora nelle vicinanze e non completamente perso tra le ombre del bosco.
Il cielo è tinguto dai colori del tramonto quando Durnan finalmente emerge dal bosco e scorge la strada che conduce al villaggio. Si ferma, il respiro pesante, e si guarda attorno. L’oscurità avanza rapida, avvolgendo il piccolo villaggio immerso nel silenzio. Si volta a guardare indietro, cercando con lo sguardo il suo compagno tra le ombre degli alberi, ma di Korrik non c’è traccia.
“Vieni da me… Vieni, ti sto aspettando… è tutto pronto… Vieni, possente uomo… Il tuo amico arriverà presto… le mie figlie lo andranno a prendere… c’è una sorpresa anche per lui…”
La voce risuona nella sua testa, dolce e ammaliante, come un canto che non può ignorare. Ogni parola si insinua profondamente, cancellando ogni dubbio, ogni traccia di paura. Sente una calma innaturale scendere su di lui, avvolgendolo come un mantello che gli infonde calore. Non riesce, e nemmeno vuole, opporsi a quell’invito. È certo che qui è al sicuro, come se il villaggio lo stesse accogliendo tra le sue braccia.
Riprende a camminare, con passo deciso, inoltrandosi nelle strade deserte del villaggio. Le case sono immerse in ombre sempre più dense, mute testimoni del suo passaggio. La sua attenzione è subito attratta dalla costruzione più a nord, quella che si staglia contro la montagna, ormai avvolta nell’oscurità. Senza esitazione, come spinto da un richiamo irresistibile, si dirige verso di essa, un senso di familiarità inquietante che gli guida i passi.
La voce si fa più dolce, più insistente, e ogni parola che sente sembra placare il suo spirito, come se niente potesse più turbarlo.
Dopo una lunga corsa in mezzo al bosco, Korrik è costretto a fermarsi. Il respiro è spezzato, il petto gli brucia, e deve appoggiarsi a un albero per evitare di crollare a terra. Si guarda attorno, ma del suo amico non c’è traccia. Cerca di calmarsi, rallentando i respiri, lottando per non farsi sopraffare dalla paura.
Con la poca luce del tramonto che filtra tra le foglie, intravede qualcosa a pochi passi di distanza, un’ombra scura appena percettibile tra i tronchi. Socchiude gli occhi per vedere meglio, ma non riesce a capire di cosa si tratti. Si piega sullo zaino e lo apre per prendere la borraccia, sperando che un po’ d’acqua lo aiuti a rimettersi in sesto.
Mentre rovista nella borsa, qualcosa attira il suo sguardo. Tra gli oggetti nello zaino, la maschera che aveva trovato in una caverna tempo addietro sembra brillare di una luce sinistra, un bagliore pallido e innaturale che vibra al tocco delle sue dita. Un senso di meraviglia e stranezza lo pervade: non si sente spaventato, anzi, come se quell’oggetto emani una forza antica e misteriosa che gli infonde energia. Toccandola, il suo corpo si sente stranamente ristorato, la stanchezza sembra dissolversi, come se la maschera fosse lì proprio per proteggerlo.
“Non ho tempo da perdere, devo trovare Durnan e andarcene da qui,” mormora tra sé e sé. Dopo un sorso d’acqua, chiude lo zaino con cura, ma il suo sguardo torna a posarsi su quella forma indistinta poco distante. È come se qualcosa lo stesse chiamando, un’inspiegabile curiosità che lo spinge a scoprire cosa si nasconde lì.
Avanza cautamente nella direzione della sagoma e, man mano che si avvicina, distingue una grande pietra nera. La superficie è perfettamente levigata, così liscia che può quasi specchiarsi. La sua mano sfiora il bordo freddo della roccia, e una vibrazione profonda gli attraversa il braccio. Fa il giro della pietra, e su un lato nota un’incisione sottile, quasi impercettibile. È una scritta, in nanico, un linguaggio antico che conosce bene.
“State distanti dalle Tre Streghe. Sono le maligne dell’oscurità e si nutrono di esseri umani. State distanti.”
Le parole risuonano nella sua mente come un monito, e solo ora realizza cosa intendeva dire il capo carovaniere. Le Tre Madri… sono streghe, creature oscure che vivono nel villaggio.
Il cuore gli batte furiosamente, e ogni fibra del suo corpo gli dice di fuggire. Ma sa che Durnan, quel testardo, è già lì, forse già nelle loro mani. Con il fiato corto e il panico che gli martella in petto, si volta, intravedendo finalmente tra le ombre degli alberi l’ingresso del villaggio. Senza perdere altro tempo, riprende la corsa. “Durnan, stupido! Sarà sicuramente lì… devo andarlo a riprendere.”
Korrik avanza con cautela, i suoi occhi scrutano ogni angolo alla ricerca di pericoli nascosti. Arriva all’ingresso del villaggio proprio mentre gli ultimi raggi di sole illuminano debolmente la strada polverosa. Il cuore gli martella nel petto, sospeso tra la paura e l’agitazione, ma è deciso a trovare il suo amico.
Mentre entra, osserva ogni dettaglio. Percorre la strada lentamente, gli occhi che vagano tra le ombre e le case abbandonate che si ergono su entrambi i lati, mute e minacciose, come se stessero custodendo segreti inconfessabili. Dell’amico, però, non c’è alcuna traccia.
L’ultimo raggio di sole scompare dietro la montagna, e il villaggio è subito avvolto in un’oscurità profonda. Il buio si insinua in ogni angolo, riempiendo l’aria di un silenzio soffocante che amplifica ogni piccolo rumore. Korrik si ferma, il fiato corto e gli occhi spalancati, mentre un brivido gelido gli scivola lungo la schiena.
All’improvviso, una voce spezza il silenzio, dolce e rassicurante, ma con una nota sinistra che gli fa accapponare la pelle. “Non ti preoccupare, viaggiatore. Ci siamo noi a prenderti cura… e ad aiutarti…”
La voce si sdoppia, si moltiplica, come un coro distante. Korrik si guarda attorno freneticamente, ma prima che possa reagire, un gruppo di giovani ragazze emerge dalle ombre, apparendo dalle porte aperte delle case, dagli angoli nascosti della strada. Sono splendide, eteree, i volti pallidi e sereni, gli occhi luminosi come stelle in un cielo buio. Le loro vesti ondeggiano leggere nell’aria, e avanzano lentamente, i movimenti fluidi come quelli di creature che non toccano veramente terra.
Korrik sente il cuore fermarsi, come se ogni battito fosse stato strappato via dal terrore. Si ritrova circondato, incapace di muoversi, come se le gambe fossero incatenate al suolo. Ogni fibra del suo corpo urla di scappare, ma il suo corpo rimane bloccato, paralizzato dalla paura e dal fascino sinistro di quelle giovani. Non sono ragazze comuni; c’è qualcosa di sbagliato in loro, un’innocenza troppo pura, troppo perfetta, che gli fa percepire un pericolo mortale nascosto dietro quei sorrisi dolci e quegli occhi ammalianti.
Vorrebbe gridare, fare un passo indietro, ma il terrore lo ha preso in trappola, serrandogli la gola e congelando ogni movimento. Si rende conto, con orrore, che non ha via di fuga: le splendide figure lo hanno accerchiato, i volti sereni e sorridenti che sembrano promettere sicurezza… e un destino oscuro.
“Vieni da me, possente uomo, vieni… ti sto aspettando.” Le parole lo avvolgono, risuonano nella sua mente come un canto seducente, ogni sillaba si insinua profondamente nella sua coscienza, spegnendo i pensieri razionali uno a uno. Durnan avanza, il passo sicuro, diretto verso la casa. Sa che qualcuno, qualcosa, lo sta aspettando.
“Vieni da me, possente uomo… non esitare, non c’è molto tempo… vieni…” La voce è così dolce, irresistibile, e ogni parola sembra dissolvere i dubbi che sorgono in lui. Passo dopo passo, continua ad avanzare. C’è una parte, sepolta nel profondo, che percepisce il pericolo, ma è come se il suo corpo non gli appartenesse più. La sua mente è avvolta da quella voce, ogni parola gli si imprime come un comando.
“Vieni da me… vieni da noi, non esitare…” Un lieve senso di paura inizia a emergere, ma è trattenuto, soffocato da un velo che gli ofusca i pensieri e che non riesce a sollevare. È come se qualcosa di oscuro stesse piegando la sua volontà, stringendogli l’anima in una morsa fredda, e lui è impotente contro quella forza invisibile.
Si ritrova di fronte alla porta della casa. La mano si solleva, quasi contro la sua volontà, e si posa sulla maniglia. Spinge, e la porta si apre con un lieve scricchiolio, mentre l’oscurità lo avvolge. Entra con passi lenti, il pavimento di legno che scricchiola sotto il suo peso, un suono vuoto che riecheggia nell’ambiente.
Davanti a lui, la stanza sembra lussuosa, un ambiente che trasuda fascino e bellezza. Gli arredi sono eleganti, antichi e raffinati, e tutto sembra avvolto da una morbida luce dorata. Ma qualcosa non combacia. Ogni passo porta un suono sordo e marcescente, e c’è un odore acre nell’aria, un odore di muffa e di legno vecchio, che contrasta terribilmente con l’apparenza perfetta di quel luogo.
Durnan sente una presenza attorno a lui, e poi le vede. Tre donne bellissime si avvicinano lentamente, con movimenti felini e uno sguardo ipnotico che gli blocca ogni respiro. Ogni fibra del suo essere vorrebbe indietreggiare, ma non riesce a muoversi, a protestare. Le donne gli sono addosso, le mani che scorrono su di lui e lo spogliano, i loro tocchi che dovrebbero essere gentili, ma che al tatto sono ruvidi, freddi, come le dita di vecchie mani avvizzite. La pelle è scabrosa, priva della morbidezza che i suoi occhi percepiscono.
Eppure, il suo corpo non risponde. È immobilizzato, costretto a seguire ogni loro comando, piegato alla loro volontà. Lo fanno distendere su un tavolo al centro della stanza, le mani che lo spingono delicatamente, ma con una forza inarrestabile. La sua mente è annebbiata, ma una scintilla di consapevolezza, di terrore, si accende dentro di lui.
Mentre una delle donne si china su di lui, un bagliore attira il suo sguardo. Con uno sforzo disperato, riesce a girare la testa e a guardare nello specchio alle sue spalle. La vista lo paralizza completamente. Riflessa nello specchio, al posto della bellezza eterea che i suoi occhi vedono, c’è una figura orribile, il viso di una vecchia strega, deformato, gli occhi neri e profondi come pozzi senza fondo.
Il terrore lo pervade come una fiamma gelida, paralizzandogli ogni muscolo. Vuole urlare, ma la voce non esce. Ogni illusione svanisce, e sente l’oscurità di quel luogo avvolgerlo completamente, mentre il terrore lo inghiotte senza scampo.
Sente le dita della vecchia affondare nel suo petto, artigli freddi e ossuti che penetrano nella carne. Un dolore lancinante gli esplode nel corpo, strappandogli un grido disperato che riempie l’aria, ma il suono sembra non avere alcun effetto su quelle creature, anzi, le soddisfa. Lo fissano con sguardi colmi di brama, occhi famelici che brillano di una luce sinistra.
C’è una fame in loro che va oltre la carne; si nutrono del suo dolore, della sua disperazione. Durnan sente la forza vitale scivolargli via, il cuore che batte furiosamente mentre le dita della strega lo stringono sempre più a fondo. La sua mente, offuscata dal terrore, si spegne lentamente, e tutto ciò che percepisce è il gelo della loro fame, una fame oscura che lo reclama come un sacrificio.
Korrik sa che deve reagire; non può permettere a quelle streghe di farlo diventare la loro preda. Sente montare dentro di sé una rabbia primordiale, un odio che lo consuma, una collera rivolta a tutto: a Durnan, che lo ha trascinato in questo incubo, e a sé stesso, per aver ignorato i suoi istinti, per non aver ascoltato quel senso di pericolo che lo tormentava sin dall’inizio. Ora vuole solo una cosa: distruggere. Fare a pezzi quelle creature malvagie e liberarsi dalle loro grinfie.
Più la rabbia cresce, più l’immagine della maschera gli appare vivida nella mente. È come un richiamo, un segno che lo invita a usarla. Dentro di sé, una scintilla si accende, una certezza inaspettata: quella maschera può dargli la forza di cui ha bisogno, può canalizzare la sua furia. Senza esitare, apre lo zaino con mani tremanti e la estrae. Ora la maschera emana una luce cupa, un bagliore sinistro e oscuro che sembra pulsare con la sua rabbia, come un cuore maligno che batte all’unisono con il suo.
Ma Korrik non è spaventato; anzi, la maschera gli sembra familiare, come se fosse stata creata per lui. La stringe con forza e, in un gesto deciso, la indossa.
Nel momento in cui la maschera si posa sul suo volto, qualcosa dentro di lui esplode. Un’ondata di energia furiosa gli attraversa il corpo, e sente il sangue ribollire nelle vene. È come se ogni fibra del suo essere stesse mutando, piegata alla volontà della maschera, che amplifica la sua rabbia fino a farla diventare pura potenza.
L’oscurità attorno a lui si dissolve, sostituita da una chiarezza sovrannaturale. Vede tutto con incredibile nitidezza: le ombre si ritirano, i contorni si fanno vivi e distinti, ogni dettaglio si svela davanti ai suoi occhi come se possedesse una visione ultraterrena. È come se avesse acquisito una capacità innaturale di vedere nel buio, di penetrare le tenebre che lo circondano.
Il suo corpo si trasforma, i muscoli si gonfiano, diventano più grandi, tesi sotto la pelle. Le sue mani si allungano, le dita si distorcono, e dalle estremità spuntano artigli affilati, lunghi e letali. Ogni movimento è accompagnato da una sensazione di potenza brutale, un desiderio inarrestabile di distruzione. Il suo petto si espande, le spalle si allargano, e in pochi istanti Korrik non è più un uomo, ma una creatura mostruosa, un’incarnazione della rabbia e della vendetta.
Ora non sente più paura, solo un bisogno irrefrenabile di fare giustizia. Ogni respiro è un ringhio, ogni battito è un richiamo alla battaglia. Non è più solo Korrik; è qualcosa di più, qualcosa di oscuro e implacabile, pronto a scatenarsi contro le streghe e reclamare la sua vendetta.
Le fanciulle lanciano grida di terrore, il volto sfigurato dalla paura mentre osservano quella creatura mostruosa che una volta era Korrik. Sanno che, in un istante, la situazione è cambiata: da cacciatrici sono diventate prede. Con un’espressione di puro orrore, si voltano e fuggono, disperate, cercando di raggiungere i loro nascondigli tra le ombre.
Ma la loro paura, il loro terrore, è come linfa per Korrik, una fonte di forza che lo rende ancora più inarrestabile. Ogni grido, ogni sguardo atterrito alimenta la sua sete di vendetta. Vuole di più, vuole immergersi nella loro paura fino a farla sua. Con una velocità sorprendente, scatta in avanti e afferra due delle fanciulle che sono troppo lente per sfuggirgli. Le stringe con una forza brutale, sentendo le loro ossa scricchiolare sotto la sua presa. I loro urli strazianti riempiono l’aria mentre cercano inutilmente di liberarsi, ma lui le stringe fino a ridurle al silenzio. I corpi privi di vita scivolano dalle sue mani e cadono a terra senza più un respiro.
Con un balzo animalesco, si scaglia su un’altra fanciulla che tenta di gridare, ma non fa in tempo. Un artiglio affilato le trapassa il petto, e la sua voce si spegne in un soffocato gorgoglio di sangue che le esce dalla bocca, gli occhi spalancati in una muta supplica.
Nessuna può nascondersi. Korrik percepisce ogni singolo movimento, sente l’odore del loro terrore, il battito accelerato dei loro cuori, la disperazione che le travolge. È diventato il cacciatore, l’incarnazione della loro fine, e le insegue implacabile, con ferocia inumana. Una a una le trova, e il suo odio è una lama che strappa loro la vita con atroci sofferenze.
Non c’è alcuna pietà, solo vendetta, e ogni istante è un incubo per quelle streghe che si rendono conto, con orrore, di essere finite nelle mani di una creatura nata dalla stessa malvagità in cui sono nate loro.
Korrik annusa l’aria come un animale in cerca della sua preda. A distanza, sente l’odore di sangue, terrore e sofferenza che si mescolano in un’unica traccia. Tra quegli effluvi riconosce anche l’odore del suo amico, un sentore familiare e straziante che lo guida verso la casa delle streghe.
Un grido lacerante erompe dal suo petto, un urlo di rabbia che riecheggia nella valle come il rombo di una tempesta. Con una velocità inumana, si lancia verso la casa delle streghe, i suoi passi pesanti che fanno tremare il terreno. Arrivato alla porta, con un solo colpo la fa esplodere in una pioggia di schegge di legno.
Dentro, il cuore gli si ferma. Sul tavolo, il corpo dell’amico giace immobile, gli occhi fissi in un’espressione di puro terrore, mentre una delle streghe gli solleva il cuore, ancora pulsante, con un sorriso di macabra soddisfazione.
La vista di quel gesto amplifica la sua rabbia in modo devastante, un’ondata di furore che scuote ogni fibra del suo corpo. Grida con tale potenza che le fiamme del camino ondeggiano e quasi si spengono, mentre le tre vecchie vengono sbalzate a terra come travolte da una forza invisibile.
Senza esitare, Korrik si scaglia su di loro con la ferocia di una bestia primordiale. Afferra la prima strega e le strappa la testa, ignorando i suoi urli di terrore. La seconda cerca di allontanarsi, ma lui è già su di lei, le dita artigliate che lacerano la sua carne, ogni colpo inferto con una rabbia che sembra inesauribile. Anche l’ultima strega cade sotto la sua furia, e in breve tempo non rimane altro che frammenti sparsi dei loro corpi. La sua vendetta è completa, ma il suo cuore è colmo di tristezza.
Senza esitare, Korrik si scaglia su di loro con la ferocia di una bestia primordiale. Afferra la prima strega e le strappa la testa, ignorando i suoi urli di terrore. La seconda cerca di allontanarsi, ma lui è già su di lei, le dita artigliate che lacerano la sua carne, ogni colpo inferto con una rabbia che sembra inesauribile. Anche l’ultima strega cade sotto la sua furia, e in breve tempo non rimane altro che frammenti sparsi dei loro corpi. La sua vendetta è completa, ma il suo cuore è colmo di tristezza.
“Non ti lascerò andare verso un’eternità di tormenti,” mormora, la voce trasformata in un ringhio straziante, come se volesse raggiungere l’aldilà. L’emozione si tramuta in un urlo mostruoso, un richiamo che sembra risuonare fino al mondo dei morti.
Korrik sa cosa deve fare. Se la malvagità delle streghe ha strappato Durnan dalla vita, lui farà di tutto per proteggerne l’anima. Sacrificherà il resto della sua esistenza, rinunciando alla propria umanità, affinché Durnan possa trovare pace nei prati eterni, come merita un uomo giusto.
I suoi occhi si posano su tre sacche pulsanti incastrati in un muro che sembra fatto di carne: i cuori delle streghe. Anche se i corpi sono stati distrutti, quelle creature maligne possono rinascere finché i loro cuori battono. Korrik sa che non può lasciare nulla intatto.
Con uno sguardo finale a Durnan, esce dalla casa. Appicca il fuoco alla struttura, e mentre le fiamme cominciano a divorare ogni cosa, si volta verso il villaggio. Se questo è il prezzo per la pace dell’anima dell’amico, allora darà tutto ciò che ha. Inizia a bruciare ogni casa, ogni angolo del villaggio, deciso a porre fine all’esistenza delle streghe per sempre, sacrificando ciò che è rimasto di sé affinché il male non possa più reclamare chi ama.
Solo le stelle sono testimoni silenziose di quanto è accaduto. Enormi fiamme si innalzano al cielo, divorando ogni cosa nel villaggio e portando via con sé il male che aveva corrotto quelle terre. La magia oscura che avvolgeva la natura si dissolve, come catene spezzate, e il paesaggio si trasforma sotto la luce delle stelle, ora libera di illuminare ogni angolo, riportando pace e serenità in quel luogo dimenticato.
Korrik si allontana, solitario, il cuore appesantito da una tristezza profonda. Un mantello di oscurità e nebbia lo avvolge, rendendolo una figura spettrale. Ora sa che il male lo cercherà, attratto dalla sua nuova natura, perché desidera riprendere il dominio perduto. Ma Korrik è deciso a strappare ogni traccia di oscurità da questo mondo. Diventerà il cacciatore, colui che inseguirà il male ovunque si nasconda.
E durante certe notti, quando il mondo è immerso nel silenzio, qualcuno giura di sentire un grido lacerante che squarcia l’aria e risuona ovunque, come un eco lontano. Korrik è lì, il cacciatore implacabile, in attesa della sua preda, pronto a combattere l’oscurità che un tempo gli aveva strappato tutto.

