RECENSIONI: Elric di Melniboné di Michael Moorcock: recensione della saga classica

da | Lug 19, 2026

Genere: Fantasy – Dark Fantasy

Sottogenere: Sword and sorcery (heroic fantasy nella dicitura originale italiana; l’attuale editore anglofono la colloca anche come dark fantasy)[3][4]
Casa editrice: Editrice Nord
Data di pubblicazione: ottobre 1995

Ho chiuso il volume e sono rimasto ancora per un po’ dentro Melniboné, con la sensazione precisa di non aver soltanto finito un libro ma di aver conosciuto un personaggio che si rifiuta di stare al suo posto nella storia. Elric nasce negli anni Sessanta vestito da eroe di sword and sorcery, con tutti gli ingredienti del genere pronti all’uso, e poi passa l’intera saga a tradirli: dubita dove dovrebbe agire, si vergogna del potere invece di esibirlo, cerca una morale personale mentre la sua civiltà gli insegna il contrario. Va contro i canoni della propria epoca proprio mentre li indossa, ed è questo scarto a tenermi ancora incollato al personaggio ben oltre l’ultima pagina.

E poi c’è Tempestosa, e con lei tutto il resto dell’armamentario di spade nere, corni del fato e patti elementali che Moorcock semina lungo il ciclo. Più ci penso più mi convinco che basterebbero da soli a riempire una manciata di racconti brevi o un’intera avventura da tavolo: non servono aggiunte, bastano quei pochi oggetti e le regole non scritte che li governano.

È questa la sensazione che mi è rimasta dopo aver attraversato l’intero ciclo raccolto in Elric di Melniboné: non quella di aver seguito un guerriero con un’arma maledetta, ma di aver osservato una dipendenza prendere lentamente la forma del destino.

Questa è una recensione dell’edizione integrale Editrice Nord del 1995, e non è una scelta casuale. Le ristampe più recenti del ciclo, passate ad altri editori e spesso rimontate in volumi diversi, la sento più lontana dall’origine della storia; questa edizione invece è quella con cui il ciclo è arrivato per la prima volta in Italia in forma integrale, ed è la versione su cui si sono formate generazioni di lettori italiani. La mia opinione, per quel che vale, è che le edizioni più recenti, quando intervengono su traduzione e apparato del testo, portino con sé il rischio di piccole modifiche capaci di intaccare una struttura che preferisco leggere così come è stata consegnata a chi l’ha letta per primo in italiano. Per questo, quando posso scegliere, resto fermo sull’edizione storica.

Ho considerato l’intero volume, distinguendo ciò che è presente nel testo dalle mie interpretazioni e dal mio gusto personale. Questa recensione non contiene spoiler.

Elric di Melniboné di Michael Moorcock (Editrice Nord, ottobre 1995)

Che cosa contiene davvero questa edizione

La prima cosa da chiarire è anche la più utile per chi incontra questo volume in una bancarella, in una libreria dell’usato o in una collezione privata: non contiene soltanto il romanzo Elric di Melniboné.

L’edizione Grandi Opere Nord 26 riunisce sei libri della sequenza classica: Elric di Melniboné, Sui mari del fato, Il fato del lupo bianco, La torre che svaniva, La maledizione della spada nera e Tempestosa. La traduzione italiana è di Roberta Rambelli e il volume porta l’ISBN 88-429-0853-3.[1][2]

Il volume chiude un arco narrativo completo, ma Elric appartiene al più ampio ciclo del Campione Eterno e al Multiverso di Moorcock. L’attuale editore anglofono Simon & Schuster colloca infatti l’autore nelle serie Elric Saga e The Eternal Champion e presenta Elric of Melniboné come un classico del dark fantasy.[3][4]

Questo dettaglio cambia il modo in cui va affrontata l’opera. Non siamo davanti a un unico romanzo di quasi novecento pagine progettato dall’inizio alla fine come una costruzione compatta. Siamo davanti a racconti e romanzi nati in periodi diversi, poi disposti per raccontare la vita di Elric. La differenza si sente: alcuni passaggi hanno la solidità di un romanzo breve, altri conservano il passo rapido e autonomo dell’avventura episodica.

Non lo considero un difetto da nascondere. È una caratteristica da conoscere prima di entrare nella Città Sognante, altrimenti si rischia di chiedere a Moorcock il tipo di continuità, approfondimento e pianificazione che oggi associamo alle grandi saghe epic fantasy. Elric gioca un’altra partita: più veloce, più simbolica e molto meno interessata a spiegare ogni pietra del suo mondo.

I sei libri della saga, senza rivelazioni decisive

Elric di Melniboné

Il primo libro è il più compatto sul piano politico e quello che presenta meglio il paradosso del protagonista. Elric è imperatore di una civiltà antica, crudele e decadente, ma non riesce a condividere fino in fondo i valori del proprio popolo. La rivalità con Yyrkoon, l’amore per Cymoril e la scoperta delle spade nere costruiscono un intreccio di corte teso, in cui ogni scelta apparentemente misericordiosa porta con sé conseguenze che si vedranno strada facendo.

È anche la parte in cui Melniboné appare con maggiore forza. La Città Sognante, il Trono di Rubino, i draghi, gli schiavi trasformati in strumenti musicali e i patti con le potenze elementali dicono più sull’ambientazione di quanto farebbero cento pagine di cronologia dinastica.

Sui mari del fato

Qui Moorcock apre le porte del Multiverso e smette quasi del tutto di fingere che Elric viva in un mondo stabile. Navi che attraversano realtà differenti, incarnazioni del Campione Eterno, città impossibili e viaggi nel tempo trasformano l’avventura in una lunga deriva metafisica.

È uno dei libri più affascinanti per idee e immagini, ma anche uno dei meno equilibrati. Alcuni episodi sembrano apparire, colpire e svanire prima che il lettore abbia il tempo di stabilire un legame emotivo. Per chi ama il weird, i mondi paralleli e la sensazione di essere entrato in una campagna planare senza aver letto il manuale, è un viaggio notevole. Chi cerca una trama lineare potrebbe invece sentirsi trascinato dalla corrente.

Il fato del lupo bianco

Questa parte contiene alcuni degli eventi che definiscono davvero Elric. La struttura a racconti resta visibile, ma la saga acquista un peso personale che fino a quel momento era rimasto soprattutto annunciato. Le profezie smettono di essere decorazione e cominciano a presentare il conto.

È qui che il rapporto tra Elric, Melniboné e Tempestosa mostra con chiarezza la propria natura: l’albino vuole liberarsi dal passato, ma continua a utilizzare gli strumenti peggiori di quel passato. Ogni tentativo di cambiare vita porta con sé la violenza da cui vorrebbe fuggire.

La torre che svaniva

È probabilmente il libro che più facilmente trasformerei in una campagna di gioco di ruolo. Ci sono un avversario ricorrente, città corrotte, stregoneria, alleanze precarie, viaggi fra mondi e l’incontro con altre manifestazioni del Campione Eterno. Tanelorn, soprattutto, smette di essere soltanto un nome e diventa la possibilità di una pace che non dipende dalla vittoria di una fazione.

Il ritmo è alto e le idee non mancano. Proprio per questo alcuni passaggi risultano compressi: Moorcock introduce concetti che altri autori avrebbero sviluppato per un intero volume e li consuma nel giro di poche scene. A volte è esaltante. A volte lascia la sensazione che una porta sia stata aperta solo per richiuderla subito.

La maledizione della spada nera

Questa è la sezione più apertamente episodica. Elric entra in conflitti locali, incontra vecchi alleati, torna a confrontarsi con Tanelorn e continua a scoprire che Tempestosa risolve ogni emergenza chiedendo un prezzo sempre meno accettabile.

Non tutti gli episodi hanno la stessa forza. Alcuni antagonisti sono più funzioni narrative che persone, e certe soluzioni arrivano attraverso la magia con una rapidità che oggi definiremmo poco paziente. Eppure il rapporto con Maldiluna cresce proprio dentro questa struttura: mentre dèi, regni e stregoni cambiano di continuo, l’amicizia diventa uno dei pochi elementi capaci di dare continuità umana alla saga.

Tempestosa

Il libro conclusivo raccoglie quasi tutto ciò che prima sembrava frammentario e lo trascina verso una guerra cosmica. La Legge e il Caos non sono più presenze lontane, i patti stipulati da Elric non possono più essere ignorati e il destino smette di suggerire per cominciare a ordinare.

Per me è la parte più potente del ciclo insieme al primo libro: quello pone le premesse, questo le porta a compimento. Nel mezzo ci sono avventure diseguali, ma il libro finale riesce a dare loro un peso che da sole non avrebbero avuto.

Elric non è un eroe moderno con qualche zona grigia

È facile descrivere Elric come un antieroe e fermarsi lì. La definizione è corretta, ma troppo comoda.

Elric non è semplicemente un protagonista tormentato che compie azioni discutibili. È l’erede di una civiltà fondata sulla schiavitù, sulla crudeltà rituale e sulla convinzione che il potere non debba giustificarsi. La sua diversità consiste nel porsi domande morali che per gli altri melniboneani sono quasi incomprensibili. Questo non lo rende automaticamente buono.

Ed è proprio qui che Moorcock costruisce la parte migliore del personaggio.

Elric dubita, legge, ragiona e rifiuta molte tradizioni del proprio popolo. Allo stesso tempo continua a beneficiare del suo rango, dei suoi patti, della sua educazione da imperatore-stregone e della violenza esercitata in suo nome. Vorrebbe trovare una morale personale senza rinunciare agli strumenti che gli permettono di sopravvivere. È una contraddizione molto più interessante del solito guerriero cinico con una battuta pronta.

La sua debolezza fisica rende il conflitto ancora più feroce. Prima delle spade nere, Elric dipende da droghe e pozioni per restare in piedi. Dopo, può combattere grazie all’energia sottratta da Tempestosa alle sue vittime. Cambia la fonte, non il bisogno.

La mia interpretazione è che Elric non combatta soltanto contro il destino. Combatte contro la paura di essere impotente, e questa paura lo rende disponibile a ogni compromesso che gli prometta ancora un giorno di forza. Il fato esiste, ma trova sempre una porta già socchiusa.

Melniboné è un impero morto che continua a sognare

Melniboné occupa meno spazio di quanto la sua fama possa far immaginare, eppure domina l’intera saga.

La Città Sognante non è soltanto una capitale fantasy. È il corpo di una civiltà che ha smesso di crescere e ha trasformato la decadenza in raffinatezza. Le torri colorate, i draghi addormentati, le droghe, i rituali e le crudeltà artistiche creano un luogo bellissimo proprio perché non prova alcun bisogno di essere innocente.

Moorcock non costruisce il mondo come farebbe un autore contemporaneo ossessionato dalle mappe economiche, dai sistemi politici e dalle regole della magia. Lavora per apparizioni. Mostra un’immagine precisa, le assegna un nome memorabile e passa oltre. Il lettore deve collegare le rovine.

Questo metodo ha un vantaggio enorme: il mondo sembra più antico delle pagine che lo raccontano. Quando Elric invoca Arioch, Straasha o Grome, non riceviamo una scheda completa della divinità. Percepiamo invece una rete di rapporti, debiti e antichi privilegi che esisteva molto prima dell’inizio della storia.

Ha anche un limite. Alcuni regni, popoli e conflitti rimangono poco più che scenari dipinti per una singola avventura. Chi ama un worldbuilding sistematico potrebbe trovare frustrante la quantità di idee abbandonate lungo la strada. Io, che arrivo anche da Lovecraft e dal gioco di ruolo, ho apprezzato il vuoto lasciato intorno ai nomi. È spazio in cui l’immaginazione può lavorare, anche quando la trama ha già cambiato continente.

Tempestosa non è una spada magica: è una dipendenza con un’elsa

Tempestosa è l’elemento più riuscito dell’intera saga.

Non perché sia potente. Le armi potenti abbondano nel fantasy e, dopo qualche battaglia, tendono a diventare un problema di statistiche. Tempestosa funziona perché risolve la fragilità di Elric senza guarirlo. Gli concede forza, ma quella forza proviene dalle anime che divora. Lo rende capace di vivere e combattere, ma gli impedisce di sapere dove finisca la sua volontà e dove cominci quella della lama.

Elric ripete di esserne il padrone. Ogni volta che lo fa, la storia prepara una smentita.

La spada è utile, necessaria e mostruosa. Questa combinazione la rende più inquietante di una maledizione tradizionale. Se fosse soltanto malvagia, basterebbe gettarla in un vulcano, chiuderla in un santuario o affidarla al solito ordine di paladini che ha sempre una cantina libera per gli artefatti proibiti. Il problema è che Elric ha davvero bisogno di lei.

Per questo Tempestosa può essere letta come un simbolo della dipendenza, ma anche del potere politico e della violenza ereditaria. Elric utilizza un male antico per correggere un mondo costruito da quel medesimo male. Ogni vittoria dimostra che l’arma funziona. Ogni vittoria rende più difficile smettere.

Legge e Caos non sono il Bene e il Male con nomi più eleganti

Chi arriva dal gioco di ruolo potrebbe essere tentato di tradurre subito Legge e Caos in un sistema di allineamenti. Sarebbe comprensibile, ma ridurrebbe il conflitto.

Nella saga, la Legge non coincide automaticamente con la giustizia e il Caos non esaurisce tutto ciò che è malvagio. Sono forze cosmiche che cercano di modellare la realtà secondo principi opposti. Il Caos produce possibilità, mutamento e creazione, ma senza limiti divora ogni forma. La Legge garantisce struttura e continuità, ma portata all’estremo rischia di diventare immobilità.

Elric serve Arioch e appartiene per nascita a una cultura legata al Caos, eppure desidera ordine morale. Gli uomini che combattono in nome della Legge non diventano per questo saggi o misericordiosi. Gli dèi stessi trattano i mortali come strumenti e raramente offrono spiegazioni che non nascondano un secondo fine.

La mia opinione, per quel che vale, è che Moorcock non sia davvero interessato a stabilire quale fazione meriti il tifo. Gli interessa l’Equilibrio, e soprattutto il prezzo pagato dagli individui quando le grandi idee decidono di combattere attraverso i loro corpi.

È uno degli aspetti che rendono Elric ancora leggibile accanto al grimdark moderno. Non perché la saga possieda la stessa complessità politica di Abercrombie, ma perché rifiuta l’idea che una bandiera cosmica possa assolvere chi la porta.

Una prosa che corre come una lama e qualche volta taglia troppo

La scrittura di Moorcock procede per immagini forti, dichiarazioni nette e movimento. Le città hanno colori impossibili, i sovrani portano titoli che sembrano già leggende, gli dèi appaiono in forme sensuali o ripugnanti e le battaglie non aspettano che il lettore abbia sistemato l’inventario.

Il narratore non nasconde che il cammino di Elric sarà accidentato, e non teme di far pesare fin da subito le difficoltà che lo attendono. La tensione non nasce quindi dalla domanda “che cosa accadrà?”, ma da un’altra: “in che modo Elric affronterà ciò che lo attende?”.

Quando funziona, il risultato ha un tono mitico. Le scene sembrano appartenere a una cronaca antica, raccontata da qualcuno che conosce già il destino di tutti e prova comunque pietà.

Quando funziona meno, la velocità diventa fretta. Alcuni legami sentimentali vengono dichiarati più di quanto siano costruiti. Diversi antagonisti entrano in scena già pronti per odiare Elric e pronunciare minacce. La magia risolve problemi che la magia stessa ha creato, e non sempre la soluzione ha il peso che la situazione sembrava promettere.

Anche la ripetizione può stancare. Elric dubita della propria natura, maledice la spada, decide di servirsene ancora e scopre che il destino conosceva già quella decisione. Il ciclo è intenzionale, perché descrive una dipendenza da cui Elric non riesce a liberarsi, ma nei libri centrali rischia di trasformarsi in una formula.

Non consiglierei quindi di leggere l’intero volume come una maratona. La struttura episodica rende meglio lasciando respirare i singoli libri. Tempestosa divora anime; ottocento pagine consecutive possono accontentarsi della concentrazione del lettore.

Maldiluna dà alla saga ciò che gli dei non possiedono

Elric è il centro dell’opera, ma Maldiluna ne diventa il cuore.

Il suo valore non dipende dalla forza in battaglia. In un mondo popolato da imperatori decaduti, stregoni, incarnazioni cosmiche e divinità capricciose, Maldiluna resta un uomo. È pratico, leale, ironico e abbastanza intelligente da sapere che seguire Elric è una pessima idea. Lo segue comunque.

La loro amicizia funziona perché non cancella le differenze. Maldiluna non comprende sempre il tormento filosofico dell’albino e non condivide la sua eredità, ma gli offre qualcosa che nessun dio può concedergli: una presenza non fondata su un patto.

Rackhir e Tanelorn svolgono una funzione simile. L’Arciere Rosso dimostra che si può abbandonare una fedeltà religiosa senza smettere di cercare un senso. Tanelorn rappresenta invece un luogo in cui l’Equilibrio non è soltanto teoria cosmica, ma tregua concreta per chi è stanco di essere usato.

I personaggi femminili meritano un discorso più severo. Cymoril, Yishana, Myshella e Zarozinia hanno momenti di volontà, intelligenza e potere, ma troppo spesso la narrazione le utilizza come amore perduto, tentazione, premio, ostaggio o strumento per ferire Elric. Non sono tutte passive, e sarebbe scorretto ridurle a una sola funzione, ma raramente ricevono lo stesso spazio interiore concesso al protagonista.

È uno dei punti in cui l’età dei testi si sente maggiormente. Il percorso di Elric occupa molto spazio; quello delle donne che lo rendono possibile viene spesso attraversato di corsa.

La traduzione italiana di Roberta Rambelli

Posso valutare la resa italiana come esperienza di lettura, non la fedeltà rispetto all’originale, perché questa recensione è basata sull’edizione Nord in traduzione.

La lingua di Roberta Rambelli ha un registro alto, talvolta antiquato, che si adatta bene a Melniboné e ai suoi titoli cerimoniali. Termini poco comuni, costruzioni formali e aggettivi solenni danno alla saga il tono di una cronaca decadente. In diversi passaggi questa distanza linguistica rafforza l’atmosfera.

Altrove la prosa può risultare rigida. Alcuni dialoghi hanno una teatralità che oggi suona artificiale, e certe frasi accumulano qualificazioni invece di lasciare agire il gesto. Non posso stabilire quanto dipenda dall’originale e quanto dalle scelte traduttive, quindi preferisco non attribuire responsabilità che non ho verificato.

Il giudizio sulla lettura italiana resta positivo: la traduzione ha personalità e conserva un lessico riconoscibile. Non è trasparente nel senso contemporaneo del termine, ma Elric non vive in un mondo che abbia mai desiderato essere trasparente.

Per chi è questa saga, e per chi potrebbe non esserlo

Consiglierei Elric di Melniboné a chi ama la sword and sorcery, gli antieroi in conflitto con se stessi, le civiltà decadenti, i patti con entità che leggono le clausole meglio dei mortali e le ambientazioni che suggeriscono più di quanto spieghino. Può parlare molto anche a chi arriva da Berserk: non per una somiglianza superficiale fra spadaccini tormentati, ma per il rapporto fra identità, violenza, destino e oggetti che sembrano assorbire la vita del loro possessore.

Chi proviene da Dragonlance troverà dèi coinvolti nelle vicende mortali, campioni chiamati a rappresentare forze cosmiche e un mondo in cui la magia è anche alleanza politica. Chi arriva da Abercrombie dovrà invece cambiare aspettative: qui non ci sono la stessa profondità corale, la medesima precisione nei dialoghi o un’analisi politica altrettanto minuziosa. Moorcock lavora per simboli, archetipi e accelerazioni.

Non la consiglierei come prima scelta a chi cerca un sistema magico rigoroso, relazioni sentimentali sviluppate con pazienza, una compagnia numerosa di personaggi tutti approfonditi allo stesso livello o un mondo spiegato nei suoi meccanismi economici e sociali. Non è neppure il libro giusto per chi pretende che ogni avventura contribuisca in modo evidente alla trama principale.

È invece un’opera adatta a chi accetta l’irregolarità pur di incontrare idee che hanno ancora denti.

Cosa porterei da Elric a un tavolo di gioco di ruolo

Il contributo originale che mi interessa di più non è trasformare Elric in una scheda personaggio. Sarebbe la parte meno utile. Porterei al tavolo i meccanismi narrativi della saga.

  • Un artefatto necessario, non soltanto maledetto: l’oggetto salva il personaggio proprio nel modo che renderà più difficile la prossima crisi.
  • Un patrono che aiuta perché possiede un investimento: ogni favore ricevuto aumenta il debito e riduce lo spazio della libertà.
  • Un regno decadente come eredità: i personaggi non devono conquistare il potere, ma decidere che cosa fare di un potere già corrotto.
  • Una Tanelorn da cercare: non il luogo con il bottino migliore, ma uno spazio neutrale che costringe il gruppo a chiedersi perché continui a combattere.
  • Una campagna che cambia scala: una rivalità dinastica può diventare un viaggio fra mondi e infine una guerra cosmica, purché il conflitto personale resti il filo che lega tutto.

Soprattutto, prenderei una regola: ogni potere dovrebbe risolvere un problema visibile e crearne uno più intimo. È questo che rende Tempestosa memorabile. Non i danni che infligge, ma ciò che toglie al personaggio ogni volta che lo salva.

Il giudizio del Bardo

Elric di Melniboné non è una saga perfetta e non trae alcun vantaggio dal fingere che lo sia. La struttura è diseguale, i personaggi secondari non ricevono sempre lo spazio che meritano e il ritmo pulp può trasformare eventi enormi in passaggi sorprendentemente brevi.

Il protagonista, l’atmosfera di Melniboné, il conflitto fra Legge e Caos e soprattutto Tempestosa possiedono però una forza che supera le irregolarità. Il primo e l’ultimo libro formano una cornice narrativa eccellente; i volumi centrali ampliano il Multiverso e accumulano le conseguenze, anche quando non mantengono la stessa intensità.

Il mio giudizio è quindi molto positivo, con riserve dichiarate. Non la considero una reliquia da rispettare per dovere. La considero una saga ancora capace di mordere, a patto di leggerla per ciò che è: una cronaca intensa costruita attraverso racconti e romanzi brevi, non un moderno colosso epic fantasy pianificato in ogni dettaglio.

CriterioValutazione sintetica
ProtagonistaEccellente
Atmosfera e immaginarioEccellenti
TemiMolto forti
RitmoRapido ma diseguale
StrutturaEpisodica, non sempre compatta
Personaggi secondariVariabili, con Maldiluna in primo piano
Resa italianaDatata ma riconoscibile
Consiglio finaleSì, soprattutto a lettori di fantasy classico, dark fantasy e GdR

L’ultimo bicchiere sul tavolo

Se Elric entrasse nella Casa del Bardo, gli offrirei una sedia e gli chiederei di lasciare la spada fuori. Lui poserebbe una mano sull’elsa, sorriderebbe con stanchezza e direbbe che è tutto sotto controllo.

A quel punto sposterei il tavolo un poco più vicino all’uscita.


Categoria editoriale: Recensione
Autore: Claudio Torcasio
Data di pubblicazione: 19 luglio 2026
Ultima revisione sostanziale: 19 luglio 2026
Stato della lettura: testo integrale dell’edizione analizzata
Gestione degli spoiler: nessuno spoiler in tutta la recensione
Fonti verificate il: 19 luglio 2026

La copia analizzata mi è stata prestata da un amico, che possedeva proprio l’edizione integrale Editrice Nord del 1995. Il prestito non ha comportato alcun compenso né ha condizionato in alcun modo il giudizio espresso in questa recensione.

Fonti

[1] Michael Moorcock, Elric di Melniboné, Editrice Nord, collana Grandi Opere, edizione analizzata: frontespizio, colophon e testo integrale, in particolare pp. 4-5.

[2] Catalogo Fantascienza.com – Elric di Melniboné, Grandi Opere Nord 26, consultato il 19 luglio 2026. La scheda conferma editore, collana, data dell’edizione (ottobre 1995) e ISBN.

[3] Simon & Schuster – profilo di Michael Moorcock, consultato il 19 luglio 2026. Fonte editoriale per il profilo dell’autore e la collocazione delle serie Elric Saga e The Eternal Champion.

[4] Simon & Schuster – Elric of Melniboné, consultato il 19 luglio 2026. Scheda dell’edizione in lingua inglese utilizzata come riscontro per la collocazione contemporanea dell’opera nel dark fantasy.

TRA CODICE E FANTASY

Una passione che non tramonta mai quello della lettura e dei mondi fantasy

Lavoro ogni giorno tra codice, idee e piccoli mondi da costruire. Tra un problema da risolvere e una riga di codice, seguo la mia passione per la lettura e la creazione di storie e mondi fantastici. Amo scrivere, sperimentare e dare vita a progetti che uniscono tecnologia e immaginazione.

Nel tempo libero creo contenuti, disegno, programmo e imparo sempre qualcosa di nuovo. E se avessi qualche ora in più al giorno, le riempirei comunque di nuovi progetti.
Benvenuti nel mio spazio: qui parlo delle mie passioni, dei mondi che immagino e delle cose che sviluppo.

Claudio Torcasio

Web developer, Scrittore e Blogger

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