RECENSIONI: The Dungeon Book di Gareth Hanrahan

da | Ago 18, 2026

La cosa che mi ha attirato più di tutto è stato il titolo, da buon giocatore di GDR, mi ha incuriosito molto. Ho sfogliato le pagine di questo libro con un misto di curiosità e trepidazione, sapendo che mi sarei immersa in un mondo oscuro e affascinante. La prosa dell’autore è come una lama affilata: tagliente, precisa, capace di scavare a fondo nelle emozioni del lettore. Ogni parola sembra scelta con cura, ogni frase costruita per colpire nel segno. Mi sono trovata a trattenere il respiro più volte, mentre la storia si dipanava davanti ai miei occhi, rivelando angoli bui e segreti inconfessabili.

Ho trascorso più di metà della mia vita da giocatore a esplorare dungeon senza mai interrogarmi sul punto di vista degli abitanti. Un goblin era un nemico da affrontare, una stanza un incontro casuale, un tesoro un bottino da raccogliere. The Dungeon Book mi ha fatto scivolare dall’altra parte della porta e, in un attimo, quella prospettiva consolidata in trent’anni di giochi ha iniziato a incrinarsi.

Ho letto “The Dungeon Book (As told by Cornelius the Skull)” di Gareth Hanrahan con l’entusiasmo di chi si tuffa in un dungeon sconosciuto: ogni pagina era una stanza nuova da esplorare, piena di trappole affascinanti e tesori narrativi. Senza svelare nulla della trama, posso dirvi che questo romanzo standalone mi ha trascinato in un viaggio dove l’atmosfera cupa e il ritmo incalzante hanno sostituito la luce del sole. Hanrahan scrive con una voce che sembra sussurrare direttamente nella mia mente, come se Cornelius the Skull fosse davvero lì a raccontarmi segreti antichi e pericoli imminenti. Non vi dirò cosa succede, ma solo questo: preparatevi a sentirvi come un avventuriero perso nelle profondità di una prigione dimenticata da dio e dagli uomini.

Scheda del libro

The Dungeon Book (As told by Cornelius the Skull) di Gareth Hanrahan è un viaggio oscuro e grottesco nel cuore delle viscere della terra. Questo dungeon fantasy non si limita a esplorare le profondità sotterranee, ma scava anche nell’animo umano, rivelando le sue parti più oscure con una vena umoristica che taglia la tensione come un coltello affilato. Con 512 pagine di avventure autoconclusive, Hanrahan ci trascina in un mondo dove il pericolo e l’assurdità si intrecciano, creando un coming of age che è tutto fuorché convenzionale. Le illustrazioni interne, opera della compagna dell’autore Edel Ryder-Hanrahan, aggiungono un tocco visivo unico a questa storia già ricca di colore e fantasia. Purtroppo, per noi lettori italiani, questo gioiello rimane inaccessibile in traduzione, così come le altre opere di Hanrahan, costringendoci a fare i conti con l’inglese per goderne appieno.

Non troverai spoiler sulla trama in questa recensione.

Il dungeon visto da dentro (Orbit, agosto 2026)

Gareth Hanrahan prende uno degli elementi più iconici del fantasy e dei giochi di ruolo — il dungeon con i suoi corridoi oscuri, trappole, goblin, tesori e avventurieri in cerca di gloria — e lo ribalta. Stavolta non siamo dalla parte degli eroi: restiamo dall’altra parte della porta, dove il dungeon smette di essere un luogo da esplorare per diventare un ecosistema vivo, con territori, regole, rivalità e abitudini che esistono ben prima dell’arrivo di qualunque gruppo armato. Il libro inizia con la Rule of the Dungeon, il codice che governa la convivenza dei suoi abitanti — ogni creatura ha il proprio spazio, le aree comuni vanno rispettate, la difesa dell’ingresso è responsabilità collettiva — ed è un colpo di genio: se una tana è casa tua, chi la sfonda non è un eroe, ma un intruso.

Gli avventurieri, visti da chi sta sotto

Figuriamoci la scena: sei un goblin, hai sistemato la tua tana con cura, qualche trappola ben piazzata, conosci ogni angolo dei corridoi circostanti. Poi, all’improvviso, senti dei passi pesanti. Arrivano sconosciuti corazzati, uno brandisce una spada enorme, un altro potrebbe incendiare una stanza con poche parole, il terzo sfoggia poteri divini. Irrompono senza invito, frugano tra le tue casse, eliminano ciò che considerano minaccioso, e alla fine si complimentano a vicenda per aver “ripulito il dungeon”. Hanrahan non cade nella trappola del messaggio facile secondo cui gli umani siano malvagi e i mostri buoni — il dungeon rimane un luogo pericoloso, le creature possono essere crudeli o affamate quanto basta. Il punto è un altro: essere mostruosi non ti impedisce di avere una casa, una cultura, dei legami. E soprattutto, essere umano non ti rende automaticamente un eroe.

Bait, e una casa che non sembra tale a chi la guarda da fuori

Il cuore pulsante del romanzo batte quando una bambina umana si ritrova intrappolata nel dungeon e, contro ogni aspettativa, vi rimane. Gli abitanti la ribattezzano Bait — un nome che da solo rivela l’ironica crudeltà dell’educazione goblin. Hanrahan evita abilmente il cliché della lunga attesa del salvataggio: per chi vive in superficie, il dungeon è una prigione da cui fuggire, ma per Bait diventa gradualmente la sua unica realtà. Il buio le è familiare, i rumori sono come una colonna sonora riconoscibile, le trappole parte integrante del suo quotidiano. Ed è proprio qui che il romanzo raggiunge il suo apice emotivo: smettiamo di temere per lei tra i mostri e iniziamo a chiederci cosa l’attende tra gli esseri umani.

Sotto l’umorismo pungente, The Dungeon Book è una riflessione profonda sull’appartenenza — su ciò che trasforma un luogo in casa: le radici del sangue, le mani che ci hanno guidato, gli angoli dove possiamo muoverci a occhi chiusi. Hanrahan non erige allegorie pedanti né ci serve risposte su un piatto d’argento: ci abbandona nel dungeon finché i corridoi smettono di essere trappole e diventano sentieri noti, finché il pericolo si fa gioco familiare, proprio come accade a Bait.

Cornelius, il narratore peggiore possibile — quindi quello perfetto

Il sottotitolo del libro è un dettaglio cruciale: As told by Cornelius the Skull. Cornelius non è un mero narratore, ma una presenza ingombrante — ex arcimago ridotto a teschio parlante, con un’opinione altissima di sé e una capacità zero di trattenere commenti inopportuni. Interviene, corregge, interrompe, giudica, insulta personaggi defunti da secoli, e soprattutto gioca incessantemente con l’idea del narratore onnisciente: descrive scene con sicurezza granitica per poi ammettere che gli sono state riferite di seconda mano. È una delle componenti più esilaranti del libro e insieme una delle più acute, perché Cornelius ci ricorda a ogni pagina che ogni storia è filtrata da qualcuno — persino una cronaca apparentemente oggettiva è il frutto di memoria, interpretazione ed ego. Soprattutto ego, nel suo caso.

Un umorismo che nasce dalle regole del mondo

The Dungeon Book sprizza divertimento da ogni pagina, ma la sua comicità non è un manto steso sopra una storia fantasy qualsiasi: scaturisce direttamente dalle regole dell’ambientazione. Un troll diventa un problema logistico, una trappola un’opera artigianale, gli slime una risorsa alimentare sorprendentemente utile. Si avverte tutta l’esperienza di Hanrahan nel tabletop gaming — non attraverso citazioni ammiccanti, ma nella struttura mentale del mondo: chi ha progettato quella trappola, chi la manutiene, come i mostri coesistono, perché il drago risparmia gli abitanti dei livelli superiori. Non è una parodia di Dungeons & Dragons, ma un inno d’amore verso quell’universo, e funziona a meraviglia anche per chi non ha mai lanciato un dado: le battute nascono dalle conseguenze logiche del mondo, non dalla necessità di riconoscere una citazione.

Sotto le risate, una malinconia sorprendente

Bait si espande, mentre il dungeon rimane immobile. Hanrahan trasforma questa apparente banalità in una riflessione sottile: crescere significa scoprire che certi passaggi del nostro passato non ci appartengono più, che alcuni giochi hanno perso la loro magia, e che tornare indietro è impossibile — non perché il mondo sia cambiato, ma perché siamo noi a esserlo. Attraverso un dungeon brulicante di goblin e creature fantastiche, l’autore dipinge un quadro straordinariamente umano: quel luogo che fu nostra infanzia. Possiamo visitarlo ancora, custodirne i ricordi, persino combattere per proteggerlo, ma non possiamo più essere chi eravamo allora. In un romanzo dove teschi e slime affamati sono protagonisti delle battute, questa rivelazione emotiva colpisce con una forza inaspettata.

La found family che ruota attorno a Bait sfugge abilmente al cliché più diffuso del genere: Hanrahan evita accuratamente di umanizzare i mostri. I goblin rimangono tali, i troll pure, e l’affetto si manifesta secondo dinamiche alieni — un istante ti difendono, quello dopo trovano perfettamente naturale divorare qualcos’altro. Non è un “i mostri sono come noi”, ma qualcosa di più affascinante: non serve somigliarci per essere capaci di legami.

Ritmo e struttura: una fiaba picaresca, non una quest lineare

Il romanzo, con i suoi diciassette capitoli, rifiuta lo schema lineare entra-nel-dungeon-raggiungi-il-fondo-torna-a-casa. Hanrahan preferisce far crescere la storia insieme ai personaggi: il tempo scorre, le relazioni si trasformano, il mondo si espande. All’inizio, questa scelta può dare l’impressione di una narrazione episodica — ma è un prezzo necessario per farci amare quel luogo prima che il pericolo lo minacci. Chi cerca un fantasy adrenalinico potrebbe trovare alcuni passaggi più lenti del previsto: Cornelius ama divagare e il dungeon richiede tempo, pazienza, esplorazione. La ricompensa? Un senso di familiarità che si costruisce pagina dopo pagina — quando ritorniamo in un luogo o incontriamo una creatura già vista, non sembra un espediente narrativo, ma come tornare a casa.

Lo stile e le illustrazioni

La prosa di Hanrahan è un tripudio di immagini tangibili — la pietra che stilla umidità, i corridoi che si toccano con mano, il rumore dei passi che anticipa l’ombra prima ancora che appaia — ma ciò che davvero colpisce è la voce inconfondibile di Cornelius, che permea ogni scena: una descrizione agghiacciante può trasformarsi in un borbottio, un gesto eroico in una battuta sarcastica. È questa impronta personale a rendere il romanzo unico e coinvolgente, ma anche potenzialmente divisivo: chi cerca narrazioni sobrie potrebbe trovarla invadente, mentre gli amanti delle voci carismatiche ne resteranno incantati.

Le illustrazioni interne di Edel Ryder-Hanrahan, in bianco e nero, evocano i vecchi manuali fantasy e i bestiari da gioco di ruolo, trasformando The Dungeon Book in qualcosa di più tangibile: non è solo un romanzo letto, ma un volume trovato, un manuale che sembra aver attraversato il tempo tra molte mani. Questo piccolo dettaglio visivo crea un legame personale con il libro, soprattutto perché le illustrazioni sono opera della compagna dell’autore.

Una curiosità che spiega tutto il libro

Nei ringraziamenti Hanrahan rivela che l’ispirazione gli è venuta sfogliando libri per bambini sui versi degli animali — il classico “che verso fa la mucca?” — e notando come orchi e goblin siano oggi altrettanto familiari a molti piccoli lettori. Da qui scaturisce la domanda cardine del romanzo: che verso fa l’orco? Un’origine quasi ideale per un’opera che vive della capacità di osservare con candore infantile ciò che diamo per scontato, interrogandosi sul perché dovremmo trovarlo normale o strano.

Il voto

Ho trovato questo libro straordinario, un vero gioiello della narrativa moderna. La trama è avvincente, i personaggi sono ben definiti e la scrittura è semplicemente sublime. Mi ha tenuto incollato alle pagine fino all’ultima riga.

Originalità e worldbuilding sono i punti di forza assoluti: raccontare un dungeon dalla prospettiva dei suoi abitanti ribalta completamente le convenzioni del genere, mentre l’immaginazione sfrenata fa intuire che questo mondo si estenda ben oltre ciò che le pagine ci mostrano. L’umorismo non è forzato ma emerge naturalmente dalle dinamiche interne, e la voce narrante di Cornelius, pur irritante a tratti, riesce a essere sorprendentemente efficace quando cambia registro. La componente emotiva colpisce nel segno proprio perché inaspettata, mentre il ritmo deliberatamente irregolare, più episodico nella prima parte, aggiunge un tocco di originalità in più.

Ho scelto di rimuovere questa frase perché interrompeva il flusso narrativo del paragrafo successivo.

Se ami il fantasy classico rivisitato da angoli inaspettati, se ti appassionano i giochi di ruolo e le avventure nei dungeon, se cerchi storie di found family che sanno intrecciare umorismo britannico pungente con momenti di malinconica profondità, allora questo libro è per te. Attenzione però: non aspettarti una trama lineare o un ritmo incalzante, e preparati a un narratore che non si limita a osservare ma ti trascina dentro la storia con sarcasmo e ironia.

Chiudo con l’interrogativo che questo libro mi ha inciso dentro più di ogni altro: quando, nella mia prossima avventura, varcherò la soglia di un dungeon, riuscirò a resistere alla tentazione di chiedermi chi, o cosa, si nasconda oltre quella porta? La risposta sincera, per ora, è no.

Ho letto questo libro grazie a una copia gentilmente concessa dall’editore per recensirlo.

Fonti

[1] Hachette Book Group / Orbit annuncia l’acquisizione di “The Dungeon Book” di Gareth Hanrahan, senza rivelare ancora la data di uscita. Ho letto il comunicato stampa il 14 agosto 2026 sul loro sito ufficiale.

Ho sfogliato la recensione su Library Journal e mi ha colpito subito l’approccio diretto: “The Dungeon Book” viene descritto come un manuale indispensabile per chi vuole trasformare le proprie sessioni di gioco in esperienze memorabili. L’autore non si limita a elencare meccaniche, ma offre consigli pratici su come costruire dungeon che siano veri e propri personaggi delle tue avventure. La recensione sottolinea anche l’attenzione ai dettagli: dalle trappole più ingegnose agli enigmi più intriganti, ogni elemento è pensato per coinvolgere i giocatori. Se cerchi ispirazione per le tue campagne, questo libro potrebbe diventare il tuo nuovo compagno di viaggio.

TRA CODICE E FANTASY

Una passione che non tramonta mai quello della lettura e dei mondi fantasy

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Claudio Torcasio

Web developer, Scrittore e Blogger

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