“Ora dove diavolo potrebbe essere quel maledetto Artiglio di Luna?” mi chiedevo, arrovellandomi il cervello. “Dopo tutti gli sforzi che ho fatto per infiltrarmi senza destare sospetti, quei due malviventi sfondano la porta e si portano via tutto come se fosse la cosa più semplice del mondo. Il commerciante disonesto è stato derubato proprio sotto il mio naso.”
Se fossero stati membri della mia famiglia, il codice d’onore avrebbe previsto una sorta di “rituale di restituzione”. Ma questi erano estranei, barbari che usano metodi bruschi e senza eleganza. A quest’ora, saranno già a miglia di distanza da questa maledetta città.
Ero stesa sul tetto della locanda, fissando le stelle come se potessero fornirmi qualche indizio, ricapitolando ogni dettaglio della scena del crimine. Il più grosso dei due aveva svolto il “lavoro sporco”, ma il secondo… c’era qualcosa in lui che non quadrava. Era gracile, con la pelle chiara come il latte e indossava abiti scuri. E quel bastone. Aveva sussurrato delle parole arcane e, in un baleno, tutti i gioielli erano volati nel sacco del suo complice.
Magia? Non sembrava il tipo, sinceramente. E poi c’era quella strada senza uscita in cui si erano rifugiati. Come erano scomparsi così velocemente?
Il tumulto dei miei pensieri era quasi insopportabile, e la mia testa pulsava dolorosamente. Il mio capo non aveva lasciato spazio a interpretazioni: “Se torni senza quel bracciale, sei fuori dalla famiglia”. Come se non avessi già abbastanza problemi. Negli ultimi tempi, le guardie sembravano sempre sapere dove e quando avrebbe avuto luogo un furto. Come se avessero un sesto senso… o forse c’era altro dietro?
Osservavo le stelle nel cielo notturno, quasi sperando che l’una o l’altra mi sussurrasse una soluzione ai miei problemi. E poi c’era quella luna, la Falce di Luna di Airias, più rossa che mai. Sembrava come se fosse tinta del sangue di qualche povera anima.
Mi venne in mente un passo che avevo letto in uno degli antichi manoscritti nella torre abbandonata, il tomo polveroso di un mago dimenticato. “Quando la Falce di Luna di Airias si tinge di rosso, sappi che oscure forze sono all’opera e l’equilibrio del mondo è in pericolo,” aveva scritto l’autore sconosciuto.
Una luna rossa come il sangue presagiva qualcosa di oscuro, un rituale nefasto. E solitamente il Conclave della Magia teneva sotto controllo questi eventi, specialmente durante la luna piena. Ma allora perché quella falce rossa?
Un frammento di conversazione mi attraversò la mente. Stamattina, avevo sentito quei due guerrieri parlare di una festa presso una collina a sud. Là dove sorgevano le rovine di una casa abbandonata, un luogo che nascondeva una storia macabra.
Dovevo andare. La curiosità stava diventando troppo grande.
“No, ferma,” mi sgridai mentalmente. “Andrai solo a cacciarti in altri guai.” Ma a chi volevo darla a bere? La mia natura curiosa non avrebbe mai accettato di stare seduta sul tetto tutta la notte. E poi, quel bracciale non sarebbe certo tornato da solo nelle mie mani.
Agilmente, saltai da un tetto all’altro, sfuggendo alla vista delle guardie notturne. Stavo percorrendo il tragitto verso sud per lasciare la città quando dei lamenti di dolore provenienti da uno dei vicoli attirarono la mia attenzione e mi fermai.
Scivolai dal tetto e atterrai vicino alla fonte del suono. Un’immagine d’orrore mi accolse: l’uomo massiccio che avevo visto durante il furto di quel pomeriggio giaceva a terra, immerso in una pozza di sangue, mentre una figura semi-trasparente stava quasi toccandolo, come se gli stesse drenando l’essenza vitale.
“Hey, che stai facendo?” urlai prima che il buon senso potesse fermarmi. La figura si voltò verso di me. I suoi occhi erano vividi come fiamme nell’oscurità, mentre il resto del corpo sembrava quasi etereo. In quel momento capii che stavo di fronte a un essere spettrale.
In quell’istante, un’ondata di terrore mi sommerse, così intensa da ghiacciarmi il sangue nelle vene. Il suo sguardo era un abisso di odio e malvagità che mi penetrava fino all’anima, intorpidendo lo stomaco e irrigidendo ogni muscolo del mio corpo. La voce del mio istinto gridava in un silenzio assordante: ‘Fuggi, adesso!
Volevo correre, ma le gambe non mi rispondevano, come se fossero fatte di piombo. L’entità spettrale si mosse verso di me con una velocità innaturale e posò la sua mano incorporea su di me. Sentii un freddo tagliente che mi attraversava, come se stesse raggiungendo la mia stessa anima. In quel momento, capii che stavo di fronte a un “Dannato Ruba-Vita”, una di quelle creature maledette che vagano tra i regni dei vivi e dei morti, succhiando l’energia vitale per nutrire la loro eterna dannazione.
Allora, in quel momento di disperazione, una scritta arcana balenò nella mia mente. Era una delle formule che avevo visto in uno degli antichi tomi nella torre abbandonata. Non sapevo né leggerla né capirla, ma in quel momento, le parole uscirono dalla mia bocca come se fossero sempre state lì. Una luce brillante emanò da me, colpendo l’essere che emise un urlo straziante, come se provenisse dalle profondità dell’Ade. Sentii il freddo lasciare il mio corpo mentre l’entità si dissolse nell’oscurità.
Ero salva, ma completamente prostrata. Caddi a terra, la mente ancora impantanata in quegli istanti di terrore che mi erano sembrati eterni. L’essere spettrale che sembrava emergere dai recessi più oscuri dell’aldilà, la formula arcana che improvvisamente aveva preso un senso, e io che l’avevo pronunciata con un’incredibile precisione, facendo scomparire quell’incubo.
Il suo urlo, per quanto straziante, doveva aver attirato l’attenzione di qualcuno. Avevo appena il tempo di formare il pensiero quando una voce risuonò alle mie spalle.
“Hey ragazza, tutto bene?”
Mi girai e vidi un giovane avvicinarsi. Indossava pantaloni a tre quarti e una camicia ampia. Teneva in mano un bastone nodoso e aveva una borsa a tracolla.
Ero troppo esausta per parlare, lo guardai come per implorare aiuto senza bisogno di parole.
Si inginocchiò davanti a me, posando una mano sulla mia spalla. Con l’altra, estrasse una fiala dalla sua borsa e me la fece bere. Non avrei avuto la forza di rifiutare, anche se avessi voluto.
Sentii un calore diffondersi nel mio corpo e la forza mi tornò come per magia.
Lui poi si alzò rapidamente e corse verso l’uomo a terra, compiendo lo stesso gesto curativo. Appoggiò le mani sul ventre dell’uomo e mormorò delle parole arcane.
Mi sentivo decisamente meglio e, rinvigorita, mi alzai in piedi. Osservai il ragazzo che con grande dedizione stava curando quel grosso uomo. Era sorprendente vedere quanto impegno ci mettesse nell’atto della guarigione.
Il sangue sembrava quasi ritirarsi da terra, refluendo verso il corpo dell’uomo, e le sue ferite si rimarginavano di fronte ai miei occhi increduli. In poco tempo, l’uomo che aveva sfondato la porta quel pomeriggio era guarito, e il suo sguardo non trasmetteva più la disperazione di prima.
“Tu chi sei? E cosa sto facendo qui?” domandò all’improvviso, con un tono confuso.
Era possibile che quel dannato ruba-vita gli avesse sottratto anche i ricordi, oltre alla vita stessa?
Notai i segni lasciati dall’essere spettrale: l’uomo sembrava invecchiato in modo precipitoso. La sua barba e i capelli erano diventati grigi, e non aveva più quell’aria di giovinezza che lo contraddistingueva quando lo avevo visto la prima volta.
Mi chiesi quante altre sorprese mi attendessero in quella giornata ormai capovolta.
