Una notte inquieta, un ritorno inaspettato e un segreto che parla di draghi
Ci sono storie che nascono in silenzio, mentre si sbucciano verdure sul retro della cucina o si pulisce il bancone dopo l’ultimo boccale della serata. Storie che non chiedi, ma che ti piombano addosso come un temporale improvviso. Questa è una di quelle.
Non avevo idea che quella giovane ragazza che bussò alla mia porta mesi fa avrebbe cambiato di nuovo il corso delle mie giornate. Ma nella mia locanda, tra avventurieri, druidi, bardi e misteri che sembrano usciti da un vecchio tomo impolverato, nulla accade per caso. E quella notte, credimi, nulla fu davvero normale.
La ragazza del mistero e un passato che ritorna
Nonostante i giorni trascorrano placidi qui alla locanda, la mia mente continua a tornare a quella giovane ragazza, visibilmente disperata, che una sera mi implorò di offrirle rifugio per la notte.
Era evidente che fuggiva da qualcosa o qualcuno, ma non osai fare domande.
La nascosi in soffitta, un luogo sicuro e lontano da occhi indiscreti. Tuttavia, al mattino, quando salii per svegliarla, trovai la stanza vuota, come se non ci fosse mai stata.
È passato più di un mese, eppure in questi giorni non posso fare a meno di chiedermi cosa le sia successo e se un giorno la rivedrò.
Stavo pulendo il bancone della locanda, immerso nei miei pensieri, quando all’improvviso il portone si spalanca sbattendo contro il muro con un rumore assordante. Due uomini entrano, portando con loro una ragazza.
I due uomini, non particolarmente robusti, la stavano sorreggendo a fatica. Lei, con lo sguardo assente e la voce flebile, continuava a ripetere il mio nome.
È lei. Qualcosa dentro di me aveva sempre saputo che sarebbe tornata.
Senza esitazione, corsi verso di loro e mi accorsi con orrore che era ferita in più punti, il sangue macchiava i suoi abiti. La mia mente si riempì di domande, ma sapevo che non era il momento per parole; dovevo aiutarla.”
La feci sdraiare con cura nella piccola stanza situata dietro la locanda, l’unico posto abbastamza tranquillo e appartato che potessi offrirle in quel momento. Presi dell’acqua calda e alcune bende, e con le mie conoscenze di quando andavo in avventure con guerrieri e magi cercai di fare tutto il possibile per pulire e medicare le sue ferite. Ogni respiro affannoso che le sfuggiva mi stringeva il cuore, e non potevo fare a meno di chiedermi cosa avesse passato da quando era scomparsa quella notte.
Mentre tamponavo delicatamente il sangue e cercavo di stabilizzare le sue condizioni, i due uomini che l’avevano portata mi raccontarono quello che sapevano. L’avevano trovata poco lontano dalla locanda, appoggiata a un ramo, lottando per rimanere in piedi. Le sue forze l’avevano quasi abbandonata, ma con un ultimo sforzo disperato aveva cercato di raggiungere questo luogo, pronunciando il mio nome come fosse un’ancora di salvezza.
Mi colpì profondamente il fatto che, tra tutto il caos che aveva vissuto, avesse ancora in mente la locanda e me. Osservando più attentamente le sue ferite, compresi che la situazione era molto grave. Dovevo agire rapidamente. C’era bisogno di qualcuno di più esperto di me.
Senza perdere altro tempo, presi alcune monete e le consegnai a uno dei ragazzi. ‘Vai subito a parlare con il druido Ardenor che vive ai margini della foresta,’ gli dissi con urgenza. ‘Lui può aiutarla, lui può guarirla, fai presto’.
Ogni istante che passava mi sembrava un’eternità. Le ferite continuavano a sanguinare, e il suo respiro si faceva sempre più debole. Se le cose fossero andate avanti così, se non arrivava qualcununo a aiutarmi, non avrebbe superato la notte.
Ero così concentrato sul cercare di arginare il sangue che non mi accorsi del ritorno dei ragazzi accompagnati dal druido. Non so quanto tempo fosse passato, ma fui riportato alla realtà quando vidi le mani di Ardenor appoggiarsi delicatamente sul corpo della ragazza. Iniziò a mormorare parole che suonavano come una preghiera, parole che per me erano incomprensibili. Mentre parlava, le ferite cominciarono a rimarginarsi, e il volto della ragazza, prima contratto dal dolore, assunse un’espressione più serena.
Quando ebbe finito Ardenor appoggiò una mano sulla mia spalla e, con una voce calma e rassicurante, mi disse: ‘Tranquillo, amico mio. Ce la farà a guarire. Ora riposati, il peggio è passato.’
Osservai il corpo della ragazza, ora che le ferite erano rimarginate, e tirai un profondo sospiro di sollievo. Il peso che gravava sulle mie spalle era svanito, e finalmente iniziavo a sentire tutta la stanchezza accumulata. Mi voltai verso il mio amico druido e, con un tono leggero, gli dissi: ‘Grazie di cuore, Ardenor. Non so come avrei fatto senza di te.’
“Si vede che hai un gran cuore”, la voce proveniva da uno dei due ragazzi che erano rimasti a osservare per tutto il tempo il druido che curava la ragazza.
Mi ero completamente dimenticato di loro tanto ero concentrato sulla ragazza. Lentamente mi girai verso di loro, e alla luce tremolante della candela sul tavolo, li osservai in silenzio prima di parlare. Con un leggero sorriso dissi: “Un gran cuore, sì, ma solo per chi lo merita. Altrimenti, posso essere spietato come il più feroce dei Troll.”
I due ragazzi si scambiarono uno sguardo e sorrisero, Uno di loro disse: “è molto tardi sarà meglio che torniamo a casa”. Con un leggero inchino, entrambi lasciarono la stanza, dirigendosi verso il portone. Sentii i loro passi allontanarsi, ma all’improvviso si fermarono, e poco dopo uno dei due ragazzi tornò indietro verso la stanza.
Mentre lo osservavo, mi mostrò un piccolo borsello e me lo lanciò. ‘Questo è caduto dalla ragazza quando è svenuta tra le nostre braccia, prima che la portassimo qui. Penso che possa essere importante.”.
Aprii il borsello e all’interno trovai un amuleto con il simbolo di un drago adagiato su una mezza luna. Rimasi senza parole; era da molto tempo che non vedevo quel simbolo. Alzai lo sguardo verso il ragazzo e, con una voce carica di stupore, lo ringraziai.
Il ragazzo mi osservava attentamente, e quando notò il mio stupore, non riuscì a trattenere la sua curiosità. Con un istinto quasi irrefrenabile di un fanciullo, mi bombardò di domande: “Conosci quel simbolo, vero? C’è qualcosa di speciale in quell’amuleto? Appartiene ai guerriei delle leggende?”
Era evidente che lui non sapeva nulla di ciò che ho in mano, non volevo dargli informazioni che avrebbero potuto mettere in pericolo la ragazza, cosi, d’istinto gli risposi: “Ho visto quel simbolo inciso sullo scudo di un avventuriero che venne alla locanda qualche anno fa. Non so altro”.
Il ragazzo uscì dalla stanza per raggiungere il suo amico, e poco dopo sentii il portone chiudersi alle loro spalle.
Ardenor prese una sedia e si sedette accanto al letto della ragazza. Con voce calma, mi disse: “Veglierò su di lei per tutta la notte. E’ meglio essere qui nel caso dovessero sorgere complicazioni.”
Annui e, con voce tranquilla, risposi: ‘Grazie per tutto, vado a prenderti qualcosa da mangiare.’ Ma mentre mi avviavo verso l’uscita della stanza, Ardenor mi fermò con un tono grave: ‘Sai che quel simbolo appartiene ai Grandi Custodi dei Draghi, vero?’ Fece una pausa, lasciando che le sue parole si sedimentassero, poi continuò: ‘Ai Draghi della Luna. Sai cosa significa?’
Mi voltai e osservai di nuovo il simbolo sull’amuleto che tenevo in mano. Con un tono riflessivo, risposi: ‘Sì, conosco questo simbolo. Quando la ragazza si sveglierà, avremo le risposte che cerchiamo.’ Poi mi diressi in cucina per preparare qualcosa da mangiare. Ero talmente preoccupato per la ragazza che non avevo toccato cibo, e ora sentivo una stanchezza opprimente.
Dopo aver mangiato qualcosa insieme a Ardenor, mi ritirai nella mia stanza, per dormire un pò nella speranza di recuperare un po di energie. Tuttavia, il sonno sembrava sfuggirmi, e la mia mente era un vortice di pensieri e ricordi. Immagini del passato si affollavano nella mia mente ricordi di quando ero giovane e avventuroso.Tra tutti, un ricordo emergeva con forza: quello di Aylin.
Aylin, la guerriera che riusciva a tenere testa a dieci orchi con la stessa facilità con cui un altro avrebbe affrontato un solo nemico, e che, con un semplice gesto della mano, poteva evocare la magia. Ricordo benissimo il medaglione che portava al collo, è lo stesso che ho trovato in quel borsello.
Se ne andò verso le Montagne del Sussurro Antico alla ricerca del suo drago, un’impresa che avrebbe spaventato chiunque altro. Ma Aylin non era come gli altri. Eppure, non fece mai ritorno.
Nel turbine dei miei ricordi guardai il soffitto e una domanda baleno nella mia mente, una domanda di speranza. “E se fosse ancora viva?”. L’idea si insinua nella mia mente, impossibile da ignorare. Forse il destino ha deciso di intrecciare di nuovo le nostre strade, portando quella ragazza alla mia locanda.
I pensieri continuavano a tormentarmi, impedendomi di prendere sonno fino all’alba. Quando finalmente chiusi gli occhi, non passò molto tempo prima che il suono del martello del fabbro, che batteva sull’incudine, mi svegliasse di colpo.
Mi alzai e andai a controllare la ragazza, Ardenor appena mi vide entrare nella stanza con voce sottovoce mi disse: “ha superato la notte senza problemi, si sta riprendendo. Non ti preoccupare.”
Rassicurato dalle sue parole andai a preparare le colazioni, dovevo mandare avanti la taverna e presto sarebbero arrivati degli avventori per mangiare.
Non tardarono ad arrivare, e tra il lavoro in cucina e le chiacchiere con i clienti, sia volti familiari che nuovi avventori in cerca di ristoro, le ore trascorsero velocemente, permettendomi di distogliere la mente dai miei tormenti.
Portai una ricca colazione per Ardenor, ma prima ancora di entrare nella stanza, sentii le voci del mio amico druido che parlava con la ragazza.
Mi sentii sollevato nel sentire la sua voce, segno che stava meglio ed era sveglia. Appena entrai, con un sorriso dissi: ‘Finalmente la nostra malata si è svegliata,’ e posai il vassoio sul tavolo.
La ragazza mi fissò come se nella stanza fosse appena entrato il Re del regno. Rimasi sorpreso dalla sua espressione e dall’intensità del suo sguardo.
Era lì, immobile, continuando a fissarmi. La conversazione che c’era stata prima del mio ingresso svanì nel silenzio, finché Ardenor lo ruppe, dicendo: “Kaelen sta abbastanza bene. Le ferite si sono chiuse, e ha già recuperato molte energie. È sorprendente per essere una ragazza umana; potrei quasi pensare che abbia sangue elfico.”
Udendo quelle parole, Kaelen si voltò verso il druido e sussurrò: “Gli elfi non c’entrano.”
Subito dopo, spalancò gli occhi come se avesse appena realizzato qualcosa di terribile, e cominciò a cercare freneticamente tra i suoi vestiti.
Notando la sua reazione, estrassi il borsello con l’amuleto dalla mia tasca e glielo porsi, dicendo: “Stai cercando questo?”
Lei spalanco gli occhi, ma controllando il contenuto del borsello il suo viso si distese assumendo una espressione più tranquilla.
Kaelen mormorò un grazie, appena udibile, stringendo forte il borsello nelle mani. C’era qualcosa di diverso in lei; adesso parlava poco, quasi come se qualcosa la trattenesse. Quando la incontrai la prima volta invece non finiva mai di parlare. Mi avvicinai a lei e le chiesi: “Vuoi raccontarmi cosa è successo e perché sei scappata quel giorno, dopo avermi chiesto rifugio?”
Kaelen abbassò lo sguardo, evitando il mio. Rimase in silenzio per qualche istante, poi mormorò: “scusami non mi sento bene”.
Non sapevo cosa fare. Dentro di me ardeva il desiderio di ottenere delle risposte, di alimentare la speranza che Aylin fosse ancora viva, da qualche parte. Ma osservando Kaelen, che si era di nuovo distesa sul letto, capii che era ancora troppo debole per affrontare certe domande. Eppure, non potevo fare a meno di chiedermi in quali guai si fosse cacciata.
Guardai Ardenor, che mi stava fissando, e dissi: ‘Porto altro da mangiare per la ragazza; ha bisogno di recuperare energie.’ Poi mi girai e uscii dalla stanza.
Appena fuori, prima di entrare in cucina, sfogai la mia frustrazione con un pugno sul mobile accanto alla porta, un gesto di rabbia per il senso di impotenza che mi tormentava. Ma subito dopo, sentii un rumore provenire dalla cucina. Possibile che il mio pugno avesse fatto cadere qualcosa? O forse avevo spaventato qualche topo?
Aprii la porta con cautela e, una volta entrato, la chiusi a chiave dietro di me. Dovevo scoprire cosa fosse successo nella mia cucina. Se c’erano dei topi, non potevo permettere che rovinassero il mio cibo.
Osservai attentamente ogni angolo della cucina. Notai che la brocca di metallo, che avevo lasciato sul tavolo, era caduta a terra, rovesciando il contenuto. Inoltre, il piatto con gli avanzi di un avventuriero, che ricordavo di aver lasciato sul tavolo, ora era completamente vuoto. Questo confermava che nella cucina ci dovevano essere dei topi.
Afferrai il ferro che uso per girare i tizzoni ardenti e cominciai a controllare minuziosamente ogni centimetro della mia cucina. Ma quando trovai una delle bottiglie di vino che tenevo su uno scaffale a terra, vuota e senza traccia di liquido, la mia convinzione iniziò a vacillare. Non c’era nemmeno una goccia di vino per terra. Cominciavo a dubitare che i colpevoli fossero solo dei topi.
Rimasi immobile, concentrato a captare ogni possibile rumore. Nella posizione in cui mi trovavo, potevo osservare l’intera cucina muovendo solo gli occhi. Se non erano topi, qualunque cosa fosse, doveva essere ancora lì, nascosta alla mia vista.
Improvvisamente, notai un leggero movimento della porta della dispensa. Qualcosa o qualcuno si nascondeva lì dentro. Sentii i muscoli tendersi per l’agitazione e l’incertezza. Non sapevo cosa aspettarmi, e una parte di me sperava che non fosse un ladro. Ma dovevo scoprirlo.
Mi avvicinai lentamente alla porta, ogni passo accompagnato dal battito accelerato del mio cuore. Con un gesto rapido, spalancai la porta, pronto a tutto, ma rimasi completamente immobilizzato dalla sorpresa. Davanti a me, rannicchiato in un angolo, c’era un piccolo essere dal colore del marmo, simile a una grande lucertola, ma con piccole ali e due minuscole corna sulla testa. I suoi occhi, pieni di terrore, mi fissavano, tremanti per quello che potevo fargli e per il fatto di essere stato scoperto.
Per un attimo, il tempo sembrò fermarsi. Io restavo immobile, incredulo, mentre lui mi osservava con uno sguardo carico di paura e istinto di sopravvivenza. Poi, improvvisamente, la creatura si mosse, spinta dal panico: cercò di mordermi, con una velocità inaspettata, e tentò di fuggire via, cercando disperatamente una via di scampo.
La piccola creatura, presa dal panico, si lanciò verso la porta, con quelle piccole ali cercava di volare senza successo e con un balzo disperato, si schiantò contro la porta, graffiandola con le sue piccole zampe e mordendo il legno con furia, ma la porta era chiusa a chiave, e il suo tentativo di fuga si rivelò inutile.
Rimasi immobile vicino alla porta della dispensa, osservando la creatura. Si girò verso di me, cercando di emettere un urlo che si trasformò in un suono stridulo, un lamento angosciato che riecheggiava nella cucina. Comprendendo il suo fallimento, iniziò a muoversi freneticamente, cercando disperatamente una via di fuga. I suoi occhi guizzavano da un lato all’altro della stanza, alla ricerca di un nuovo nascondiglio che potesse offrirle scampo.
Con movimenti rapidi e scattanti, la creatura si precipitò verso uno degli angoli bui della cucina, ando sotto il grande tavolo di legno, ma si arrestò bruscamente, come se avesse intuito che lì non sarebbe stato al sicuro. Senza esitare cambiò direzione e cercò di infilarsi dietro la fila di pentole appese al muro, ma il suo corpo, sebbene piccolo, non riusciva a trovare abbastanza spazio per nascondersi completamente.
La sua agitazione cresceva visibilmente, mentre io restavo immobile osservando ogni suo movimento con attenzione. Alla fine, si arrampicò velocemente sugli scaffali, cercando rifugio tra le bottiglie di vino. Ma per la paura e l’agitazione lo fecero urtare contro una bottiglia, che cadde a terra con un tonfo sordo. La creatura si fermò di colpo, il respiro affannoso, e i suoi occhi si fissarono di nuovo su di me, come se avesse compreso di essere intrappolato, senza più vie di fuga.
Mi venne istintivo parlare nelle lingua dei draghi: “Sahloknir zoh lo, nehil dein vokun dir.” Era il linguaggio che avevo imparato da Aylin durante alcune avventure vissute insieme.
La piccola creatura cambiò leggermente espressione; la paura era ancora evidente nei suoi occhi, ma le mie parole sembrava averla calmata, almeno un po’.
Ripetei la frase “Sahloknir zoh lo, nehil dein vokun dir”, Poi, con voce più dolce, lo dissi nella lingua comune: “Piccolo drago, non voglio farti del male”.
Continuava a fissarmi ma apparentemente non sembrava più cosi tanto agitato. Capivo che solo parlare nella sua lingua non sarebbe bastato. Dovevo fare di più per guadagnare la sua fiducia. Mi avvicinai alla dispensa e presi il contenitore in cui conservavo i pezzi di carne avanzati dal giorno prima. Lo mostrai al piccolo drago, cercando di trasmettergli che non ero una minaccia, prima di posarlo delicatamente sullo scaffale dove si stava nascondendo.
Mi allontanai per fargli capire che non ero una minaccia e tornai a occuparmi alle mie faccende dentro la cucina. Dovevo preparare la colazione per Kaelen e c’erano altre cose da fare per gli avventori che sarebbero arrivati per il pranzo. Per il momento, il piccolo drago non sembrava essere un problema, sperando solo che non si mettesse nei guai.
Mentre cucinavo, sentivo il rumore di qualcuno che mangiava avidamente; evidentemente era da molto che non mangiava. Mi voltai per guardarlo, ma appena i nostri sguardi si incrociarono, si nascose dietro le bottiglie in un lampo. Ancora non si fidava di me.
All’improvviso mi venne un’idea. Se Kaelen aveva quel ciondolo, poteva significare che era legata ai guerrieri che proteggevano i draghi. E forse, vedendo uno di questi esseri nella mia cucina, avrebbe deciso di raccontarmi finalmente cosa le era successo.
Preparai un altro piatto colmo di cibo per il drago e, mentre lo posavo sulla mensola dove si nascondeva, gli dissi nella sua lingua: “Saraan zey, rok fen meyz pah ahrk kog wah daar sul.” Per essere sicuro che comprendesse, lo ripetei in lingua comune: “Mangia piano, io torno presto e porto una amica”.
I suoi occhi, ancora impauriti, mi osservavano da dietro le bottiglie di vino, ma non sembrava più così terrorizzato da voler scappare. Sapevo che ci sarebbe voluto tempo prima che potessimo diventare amici. Mi fermai un ‘attimo a osservarlo, mi chiesi cosa avrebbe detto Aylin, vedendomi cercare di socializzare con un drago. In passato, queste creature mi avevano sempre incusso paura, ma ora sentivo un desiderio profondo di guadagnarmi la sua fiducia e, chissà, forse persino la sua amicizia”.
Uscii dalla cucina con in mano il vassoio di cibo per Kaelen e mi avviai verso la stanza. Prima di entrare, sentii un pianto sommesso. Cercai di non fare rumore mentre mi avvicinavo all’entrata, e vidi Kaelen, sola nella stanza, in lacrime.
“Posso entrare?” chiesi con voce gentile, rimanendo sulla soglia. Kaelen si girò di scatto per guardarmi, cercando di smettere di piangere. Ma i suoi occhi, arrossati e gonfi, tradivano il dolore che stava cercando di nascondere. Il suo viso, segnato dalle lacrime, mostrava non solo una profonda tristezza, ma anche la fragilità di chi sta soffrendo per una perdita. C’era una rabbia silenziosa nei suoi occhi, un misto di dolore e disperazione che sembrava appesantirle l’anima, lasciando trasparire tutta la sua sofferenza interiore.”
Posai il vassoio sul tavolo, accanto a quello ormai vuoto che avevo portato per Ardenor e mi sedetti sul letto accanto a Kaelen.
“Posso aiutarti” chiesi sottovoce, cercando di non invadere il suo spazio.
Kaelen stava cercando di mostrarsi forte, come se non avesse bisogno di nessuno, ma era chiaro che la sua fragilità stava emergendo. troppo giovane per affrontare da sola le difficoltà che, immaginavo, avesse vissuto. Sapevo che era alla ricerca di suo padre, ma non avevo idea se l’avesse trovato o meno.
“Mi dispiace” mormorò Kaelen con un filo di voce. “Mi dispiace tanto per tutto” continuò. Non riuscivo a capire a cosa si riferisse.
Dopo alcuni istanti, riprese, la voce ancora più bassa: “ti sto mettendo nei guai a rimanere qua, verranno a prendermi”.
La guardai negli occhi, ancora colmi di lacrime non versate, che stava disperatamente cercando di trattenere. Presi la sua mano e la strinsi nella mia e sottovoce gli dissi: Presi la sua mano e la strinsi delicatamente nella mia. Con voce calma e rassicurante, le dissi: “So che potrebbero venire a prenderti, e so cosa significa il simbolo di quell’amuleto che nascondi nel borsello”.
Mi fermai un istante, lasciando che le mie parole si sedimentassero, prima di aggiungere: “Ma voglio aiutarti, e sarò pronto per qualsiasi problema dovesse presentarsi”.
Mi alzai dal letto e presi il vassoio , appoggiandolo delicatamente sulle gambe di Kaelen. “Per prima cosa devi mangiare qualcosa” e dissi con un sorriso incoraggiante, “e poi mi devi aiutare con una piccola creatura che si è rifugiata in cucina”.
Lei mi guardò con occhi curiosi, e per la prima volta il suo viso sembrava un po’ più rilassato. Mentre mi osservava, aggiunsi con un tono affettuoso: “Mangia, e poi vieni con me in cucina”.
Era evidente che era affamata, ha iniziato a mangiare avidamente divorando tutto quello che c’era nel vassoio. Finito la ho aiutata a alzarsi e la ho accompagnata in cucina.
— Fine prima parte —
Commento del Locandiere: ombre del passato e segreti che tornano
Non so ancora quale mistero lega Kaelen ai Draghi della Luna, ma una cosa è certa: il destino non porta mai qualcuno nella mia locanda senza motivo. La piccola creatura che si è nascosta nella mia cucina, l’amuleto che non vedevo da anni e il nome di Aylin che torna a tormentarmi… tutto sembra intrecciarsi come le trame di una profezia non ancora scritta.
Forse sto per scoprire verità che avevo sepolto insieme ai ricordi della mia giovinezza. Forse questa storia mi condurrà più lontano di quanto immagino. E mentre preparo la locanda per un nuovo giorno, so già che questa è solo l’inizio.




