RACCONTI DI TAVERNA: Talls e Hant

da | 15 Lug 2026

Capitolo primo – Sul limitare della foresta

Il sole stava ancora cercando di farsi strada tra le cime degli alberi quando la foresta
cambiò umore.

Qualcosa stava posando la sua mano malvagia sulla foresta. Le lunghe ombre del mattino si allungarono ulteriormente tra i tronchi, e in quell’ombra qualcosa si mosse. Non il vento. Non un animale. Qualcosa di diverso, qualcosa di pesante che la foresta riconobbe prima ancora che arrivasse.

Una volpe sollevò di scatto la testa dal ruscello dove stava bevendo. Le orecchie dritte, il muso puntato verso il sentiero. Un secondo dopo era sparita tra i cespugli senza voltarsi, la coda bassa, i passi silenziosi come solo i fuggitivi sanno essere.

I corvi furono i secondi ad accorgersene.

Prima uno, poi tre, poi un’intera massa nera che esplose dai rami di un olmo alto urlando quello che gli animali urlano quando il pericolo non ha ancora un nome ma è già lì. Si disperse verso il cielo aperto sopra la radura, e i loro richiami restarono nell’aria ancora per un po’, come un avvertimento che nessuno stava ascoltando.

Poi arrivò il rumore degli zoccoli.

Lento, cadenzato, quattro cavalli al passo. Non il galoppo di chi ha fretta, non l’andatura sciolta di chi viaggia. Questo era il passo di chi chi ha in mente qualcosa, qualcosa di oscuro e minaccioso. Le bestie fumavano per il freddo e i loro occhi erano bassi, addestrati al silenzio come i loro padroni.

Quattro figure si fermarono dietro la linea degli alberi, appena fuori dalla luce aperta della radura. Da lì la fattoria era visibile, il fumo sottile del camino, il cancello del cortile, le finestre ancora chiuse.

Scesero lentamente, uno alla volta, senza parole.

Gli stivali di cuoio duro toccarono il terreno con cautela, cercando le zolle compatte tra le radici affioranti, evitando i rami secchi. Non erano stivali fatti per la foresta: troppo rigidi, troppo alti, pensati per selciati e strade battute. Ma i movimenti lenti compensavano quello che il cuoio non poteva fare.

Il primo allungò la mano verso la sella e sganciò un’ascia da guerra, la girò una volta nel palmo per trovare il bilanciamento, poi la tenne bassa lungo il fianco. La lama non brillava: era stata trattata con qualcosa di scuro, come chi sa che il sole che rimbalza sul ferro può rovinare un lavoro ben preparato.

Il secondo infilò due pugnali nei foderi agli avambracci con gesti precisi, automatici, i gesti di chi li ha ripetuti talmente tante volte da non doverci pensare. Poi girò le spalle verso uno degli alberi e estrasse qualcosa di lungo da un fodero piatto legato orizzontale alla schiena. Una spada, nascosta sotto il mantello durante il viaggio. La passò nella mano destra senza guardarla.

Gli altri due si sistemarono le spade corte al fianco, controllarono i lacci, scambiarono una sola occhiata.

Nessuno parlò.

Uno di loro alzò una mano chiusa.

Si mossero.

Circondarono la fattoria come fa l’acqua intorno a un sasso, occupando ogni lato senza fretta, senza rumore, con la precisione di chi ha già fatto questo in altri cortili, davanti ad altre porte chiuse.

Dalla fattoria saliva un filo di fumo. Qualcuno aveva acceso il fuoco per scaldarsi.

L’uomo con l’ascia si fermò davanti al cancello.

Aspettò.

Poi fischiò piano. Una nota corta, secca.

La porta della fattoria si aprì…

Ignaro di tutto un piccolo gnomo inizia la sua giornata

“Ecco un’altra bellissima giornata.

Il sole filtrava tra i rami alti e faceva brillare la rugiada come minuscoli cristalli. Oggi voglio andare presto dal mio amico umano, pensai mentre mi stiracchiavo sul muschio umido. Chissà, forse un giorno si stancherà dei campi e delle staccionate e sceglierà la foresta. Sarebbe bello se diventasse un guardiano.

Il cristallo di quarzo al mio collo catturava la luce del mattino e la rimandava in piccoli arcobaleni sul terreno. Lo fiorai con due dita, come faccio sempre quando la giornata comincia bene, e mi incamminai.

Come ogni mattina mi lavai nel ruscello. L’acqua fredda mi punse la pelle e mi svegliò del tutto. Presi il mio cappello, un po’ sgualcito ma fidato, e il bastone da passeggio, poi mi incamminai lungo il sentiero che portava alla fattoria del ragazzo.

Quando fui abbastanza vicino, mi fermai di colpo.

Voci.

Non erano le sue. Non erano voci buone.

Mi abbassai d’istinto e scivolai dietro un cespuglio di more, spostando appena le foglie con due dita. Da lì vedevo tutto.

E avrei preferito non vedere nulla.

L’uomo con gli stivali teneva il ragazzo per il braccio, stringendo così forte da far sbiancare le nocche. Al fianco portava una spada corta, consumata. Più per intimidire che per combattere.

Stupido moccioso” ringhiò. “Dicci dove tengono le cose di valore i tuoi genitori. Ora.

Il ragazzo tremava. Cercava di ritrarre il braccio, ma il bandito lo strattonò ancora più vicino. Le sue ginocchia cedevano a scatti, come se non sapessero più come reggerlo.

Non… non potete…” balbettò. “Non potete portarci via il cibo. È tutto quello che abbiamo per l’inverno.

La voce gli si spezzò sul finire, diventando un filo sottile.

Dietro di lui, altri due uomini ridevano mentre caricavano sacchi e barili su un carro. Il rumore del legno contro il legno, dei sacchi lanciati sul pianale, suonava come un conto alla rovescia.

Allora morirete di fame” rispose uno di loro, senza nemmeno guardarlo.

Problema risolto.

Il ragazzo gridò qualcosa, ma non era più una frase. Era solo paura che cercava aria.

Io strinsi il bastone tra le mani.

L’uomo lo strattonò ancora.

Un colpo secco, senza avvertimento.

Le gambe del ragazzo cedettero come rami marci e il suo corpo cadde a terra con un tonfo sordo. Nell’urto, qualcosa scivolò fuori dai vestiti: una piccola gemma brillò per un istante alla luce del sole, prima di oscillare sul petto scoperto.

Il bandito se ne accorse subito.

Non esitò. Allungò la mano e strappò il ciondolo dal collo del ragazzo con un gesto violento, spezzando la cordicella di netto.

Nooooo” urlò il ragazzo, la voce acuta, disperata. “Non potete. Vi prego, quello è un regalo. È importante.

Cercò di rialzarsi, ma ricevette solo un calcio che lo ricacciò a terra. L’aria gli uscì dai polmoni in un gemito strozzato e rimase lì, boccheggiante, con le dita che graffiavano il terreno.

Ora è mio” disse l’uomo, sollevando il ciondolo davanti agli occhi come un trofeo. Un sorriso storto, soddisfatto.

Lo lasciò lì, nel fango e nella polvere, e si voltò senza più degnarlo di uno sguardo. Si diresse verso il cavallo, facendo tintinnare il piccolo pendente tra le dita.

Dietro il cespuglio, il mio cuore batteva così forte che temevo potesse tradirmi.

Cattivo uomo” sussurrai tra le foglie. “Cattivo uomo, ti detesto.

Stringevo il bastone fino a sentire il legno premere contro i palmi. Il cristallo di quarzo era caldo sotto le dita, come se avesse assorbito tutta la mia rabbia.

Non posso permetterlo.

Non può tenere il ciondolo dell’amicizia.

Aspettai. Ogni secondo sembrava troppo lungo. Il rumore del carro che si allontanava, le risate che svanivano tra gli alberi, gli zoccoli dei cavalli che si perdevano lungo il sentiero.

Quando finalmente il silenzio tornò a respirare, uscii dal nascondiglio e corsi verso il ragazzo.

Stava a faccia in su nel fango, le braccia aperte, gli occhi chiusi.

Aveva un taglio sul sopracciglio, probabilmente dalla caduta, e il labbro spaccato in un punto dove il calcio lo aveva colpito di striscio. Il respiro era irregolare, corto, con delle pause nel mezzo che mi fecero stringere la gola. Il terreno intorno a lui era segnato dai solchi delle sue dita, dove aveva cercato di aggrapparsi a qualcosa mentre
lo prendevano a calci.

Mi inginocchiai accanto a lui.

Grak’tal voss, grak’tal voss” borbottai tra i denti, che nella lingua degli gnomi significa qualcosa di simile a “figli di radice marcia” ma con alcune aggiunte che mia nonna avrebbe disapprovato. Le imprecazioni gnomesche hanno il vantaggio di essere incomprensibili agli umani e abbastanza soddisfacenti da dire ad alta voce.

Ne aggiunsi altre due, più creative, poi mi concentrai.

Poggiai entrambe le mani sul petto del ragazzo e chiusi gli occhi. Il cristallo di quarzo al mio collo cominciò a scaldarsi, piano, con quel calore specifico che riconosco da quando ero cucciolo: non il calore del sole o del fuoco, ma quello che viene da sotto, dalla terra, dal punto dove le radici si incontrano e si parlano.

Gli gnomi della foresta non sono guaritori. Non è questo il nostro dono.

Ma la foresta sa come riparare quello che il tempo ha rotto, e noi sappiamo ascoltarla.

Respirai lentamente, cercando il ritmo del suolo sotto di me, le vibrazioni sottili che risalgono dalle radici, la voce lunga e paziente degli alberi. Quando la trovai, la lasciai salire attraverso le mani.

Il cristallo pulsò tre volte.

Il respiro del ragazzo si regolarizzò. Non di colpo, non come in una storia dove la magia fa tutto in un istante. Lentamente, come si raddrizza un ramo piegato: con cautela, senza forzare, lasciando che trovasse da solo la posizione giusta.

Il taglio sul sopracciglio smise di sanguinare.

Non potevo fare altro. Il dolore restava, i lividi sarebbero rimasti per giorni, e il cibo che avevano portato via non tornava per nessuna magia che conoscessi. Ma il ragazzo aveva ripreso a respirare bene. Aveva aperto gli occhi senza trovarsi dentro a qualcosa di peggio.

Thal’voss krenn” aggiunsi sottovoce, ancora verso la direzione in cui erano andati i banditi. Questa era l’imprecazione più pesante del dialetto della foresta orientale, quella che si usa quando le parole normali non bastano. Non la traduco. Alcune cose funzionano
solo nella lingua in cui vengono dette.

Il ragazzo aprì gli occhi.

Mi guardò per un momento senza capire dove fosse. Poi li vide, i solchi nel fango, il cancello aperto del magazzino, il vuoto dove c’erano i sacchi. La mano andò istintivamente al collo, dove la cordicella era stata spezzata.

Rimase così, con la mano sul petto e niente tra le dita.

“Talls” disse alla fine, con la voce ancora rotta. “Non devi.”

“Lo so” risposi.

Mi alzai, spolverai il cappello dal fango e guardai la direzione in cui si erano allontanati i cavalli. La strada portava verso la città, a otto giorni di cammino attraverso la foresta e poi oltre. Troppo lontano per le mie gambe. Troppo pericoloso da solo.

Avevo bisogno di parlare con la Grande Quercia Bianca.

La Grande Quercia Bianca

Non tutti possono parlare agli alberi. E non tutti vengono ascoltati.

Me lo aveva insegnato mia nonna, una volta sola. Le cose che contano davvero si dicono una volta sola, nella foresta. Chi non le afferra al volo impara ad aspettare, e la prossima occasione può tardare anni.

La Grande Quercia Bianca stava al centro del bosco più antico, là dove i rami si intrecciavano così fitti da trasformare il pomeriggio in penombra. Le sue radici affioravano dalla terra come dita di una mano aperta, grandi abbastanza da formare gallerie in cui potevo camminare in piedi.

Mi fermai davanti al tronco principale.

La corteccia era bianca, quasi luminosa, attraversata da venature grigie che sembravano scrittura. Forse lo era davvero. Non avevo mai trovato nessuno in grado di leggerla.

Poggiai una mano sul legno. Era caldo, più di quanto avrebbe dovuto essere all’ombra.

“Ho bisogno di aiuto” dissi. “Qualcosa è stato preso. Qualcosa che non doveva esserlo.”

Il silenzio che seguì non era vuoto. Era il silenzio di chi ascolta.

Raccontai tutto, piano, senza saltare nulla. Il ragazzo, i banditi, il ciondolo, la direzione che avevano preso. Mentre parlavo, il cristallo di quarzo al mio collo pulsò una volta, come se confermasse.

Poi aspettai.

Il vento non si mosse. Gli uccelli tacquero.

Dal profondo delle radici, qualcosa si svegliò.

La nascita di Hant

Lo sentii prima di vederlo.

Un crepitio sordo, lento, che veniva dal suolo. Le radici della Quercia cominciarono a tremare, non come in una tempesta, ma come quando un animale grande si allunga dopo un lungo sonno. La terra si sollevò in punti precisi, in cerchio, e da sotto emerse la sagoma di un frassino.

Non era il modo normale in cui cresce un frassino.

Questo cresceva verso l’alto in secondi, non in anni. Il tronco si allargò, si divise, piegò in curve che non erano curve di rami. Due protuberanze spesse si protesero dai lati, si aprirono in forme che ricordavano braccia. Le radici si staccarono dal suolo con un rumore di terra strappata e si riorganizzarono sotto, diventando qualcosa di
simile a gambe, a piedi piantati nel terreno.

La testa, se così si poteva chiamarla, era la parte più alta del tronco, dove i rami principali si erano fusi in una superficie liscia, attraversata da nodi che formavano qualcosa di simile a un volto. Non un volto umano. Un volto di legno vecchio, con due cavità scure al posto degli occhi dove la corteccia si era ritirata.

Hant.

Il nome mi arrivò in testa senza che nessuno lo pronunciasse, come arrivano certi saperi nella foresta. Direttamente, senza intermediari.

Era alto cinque metri. Ogni suo passo avrebbe fatto tremare il suolo.

Mi guardò dall’alto. Le cavità scure non esprimevano nulla di leggibile, eppure non mi fecero paura. Era lo sguardo di qualcosa di antico che si sveglia per uno scopo preciso e non ha tempo per le sottigliezze.

Alzai il bastone verso di lui. Il gesto che usavamo tra guardiani, nella foresta.

Hant abbassò appena la testa.

Capito. Andiamo.

Mi guardai intorno un’ultima volta. La Quercia Bianca era tornata immobile, le sue radici di nuovo affondate nella terra, come se non fosse successo niente.

Strinsi il bastone, controllai che il cappello fosse dritto, e mi misi in cammino.

Otto giorni di strada. Un guardiano alto cinque metri. Nessuna idea chiara di cosa aspettarmi in città.

Le solite condizioni di lavoro, per uno gnomo.

Capitolo secondo – Otto giorni con un albero

Il primo problema si presentò dopo mezz’ora di cammino.

Hant era alto cinque metri e largo quanto tre uomini affiancati. La foresta, che pure era la sua casa, non era stata progettata per qualcosa della sua forma. I rami bassi delle querce non erano un ostacolo per lui, li attraversava come fossero tende, ma ogni volta che lo faceva produceva un rumore che si sentiva da duecento passi. Gli uccelli volavano via a ondate. Gli scoiattoli si nascondevano. I cervi sparivano nella vegetazione come
se qualcuno avesse fischiato.

Io camminavo avanti, lui mi seguiva, e intorno a noi la foresta diventava silenziosa come se qualcosa di grosso stesse passando.

Perché stava passando qualcosa di grosso.

Al secondo giorno uscimmo dal bosco fitto e imboccammo un sentiero che costeggiava i campi aperti. Qui il problema cambiò natura. Non erano più i rami il guaio, ma gli occhi. I contadini che lavoravano i campi avrebbero alzato la testa prima o poi, e un frassino che cammina su due gambe avrebbe sollevato domande difficili da rispondere.

Mi fermai e guardai Hant.

Lui mi guardò dall’alto, con quelle cavità scure dove avrebbe dovuto avere gli occhi.

“Dobbiamo trovare un modo per farti sembrare meno…” cercai la parola giusta. “Meno quello che sei.”

Hant inclinò la testa di qualche grado. Un gesto lento, come si muovono le chiome degli alberi quando c’è poco vento.

Guardai i campi, poi guardai lui, poi guardai il bordo della strada dove crescevano dei cespugli alti e folti. Un’idea cominciò a prendere forma, non una buona idea, ma l’unica disponibile.

Un’ora dopo, Hant avanzava lungo il sentiero con addosso un mantello improvvisato fatto di rami intrecciati, foglie, e una quantità imbarazzante di edera che avevo arrampicato sulle sue spalle di legno. In testa portava una costruzione precaria di rami piegati che, con molta immaginazione e poca luce, poteva ricordare un cappello. Molto grande. Di un tipo insolito.

Il risultato finale era quello di un cespuglio enorme che camminava.

“Perfetto” dissi, con la convinzione di chi non ha alternative.

Hant abbassò di nuovo la testa. Non riuscivo a interpretare quel gesto con certezza, ma avevo il sospetto che, se gli alberi sapessero esprimere scetticismo, avrebbe avuto quell’espressione lì.

Il primo contadino che incrociammo alzò gli occhi dalla zappa, vide il cespuglio enorme che avanzava lungo la strada, abbassò di nuovo gli occhi sulla zappa, poi li rialzò. Si grattò la testa. Guardò il cielo, come se stesse cercando una spiegazione che arrivasse dall’alto. Non ne trovò nessuna e tornò a zappare, più veloce di prima.

Io mi tenevo sul bordo del sentiero, abbastanza lontano da non sembrare associato al cespuglio ambulante, abbastanza vicino da poterlo guidare con dei cenni quando la strada curvava.

Al terzo giorno attraversammo un villaggio.

Questa era stata la mia idea peggiore.

Hant si era fermato all’ingresso, e io avevo passato dieci minuti a spiegargli con gesti che doveva camminare lungo il bordo delle case, vicino agli orti, dove c’erano meno persone. Lui aveva annuito, quel suo gesto lento e paziente, e si era messo in cammino.

Tutto andò bene fino alla locanda.

Un bambino uscì di corsa dalla porta, non guardò dove andava, e si trovò davanti a quello che per lui doveva sembrare un muro di foglie con le gambe. Aprì la bocca. Io mi preparai al peggio.

Il bambino indicò Hant con un dito e disse: “Sei il cespuglio più grande che ho mai visto.”

Poi rientrò nella locanda.

Hant si voltò verso di me. Nella direzione in cui si trovava il suo volto di legno, i nodi della corteccia sembravano quasi formare qualcosa. Non un sorriso, gli alberi non sorridono. Ma qualcosa nella stessa zona concettuale.

“Non dirlo” dissi.

Lui non disse niente. Non diceva mai niente. Ma aveva comunque torto.

Al quarto giorno trovammo un fiume.

Non era largo, ma era abbastanza profondo da far affondare un uomo fino alle cosce. Per me significava nuotare, e io non nuoto bene. Per Hant significava qualcosa di diverso, si avvicinò alla riva, valutò la situazione con quella calma che non cambiava mai, poi abbassò una mano verso di me.

La mano di Hant era grande quanto un tavolo. Non esagero.

La guardai per un momento, poi ci salii sopra, reggendomi con il bastone, e lui mi portò sull’altra sponda in tre passi, con i piedi che affondavano nel letto del fiume sollevando nuvole di fango. L’acqua gli arrivava alle ginocchia. Posò la mano sulla riva con la stessa delicatezza con cui si appoggia una tazza sul tavolo, e io scesi.

“Grazie” dissi.

Lui scosse i rami sulle spalle. Poteva significare molte cose. Scelsi di interpretarlo come “prego” e andammo avanti.

Da quel giorno, quando c’era un ostacolo che le mie gambe non riuscivano a superare, lui abbassava la mano senza che io dovessi chiedere. E io salivo senza fare storie. Era un accordo che non avevamo discusso, ma funzionava.

Al sesto giorno cominciammo a incontrare più traffico sulla strada.

Mercanti con i carri, famiglie che si spostavano, soldati di ronda in piccoli gruppi. Ogni volta Hant si spostava nel bosco che costeggiava la strada e si fermava, immobile come solo un albero sa essere immobile, mentre io continuavo a camminare sul bordo del sentiero con aria innocente. Quando il gruppo passava, lui riprendeva a muoversi.

Una volta un gruppo di quattro soldati si fermò a pochi metri da lui.

Uno indicò la direzione del bosco e disse qualcosa all’altro. Io mi bloccai, con il cristallo di quarzo stretto nella mano.

Il soldato aveva indicato Hant.

“Quel frassino è storto” disse. “Mai visto un frassino con quella forma.”

“La foresta è piena di roba strana” rispose l’altro, scrollando le spalle.

Andarono avanti.

Io aspettai che fossero fuori portata, poi mi voltai verso Hant.

Grak’tal voss” dissi sottovoce, questa volta non per i banditi.

Hant abbassò la testa. Ero ragionevolmente certo che stesse ridendo, nel modo silenzioso e profondo in cui ridono gli alberi quando trovano qualcosa di sufficientemente assurdo.

All’ottavo giorno, verso sera, la città apparve all’orizzonte.

Non era il tipo di posto che conoscevo. Nella foresta, i luoghi hanno odori chiari: muschio, resina, terra bagnata, animali. La città aveva un odore mescolato e confuso, legna bruciata, letame, cuoio, cibo fritto, pietra che ha assorbito decenni di pioggia. Lo sentii da lontano, prima ancora di vedere le mura.

Le mura erano alte, di pietra grigia, con torri agli angoli. Il tipo di costruzione che gli umani fanno quando vogliono che qualcosa duri e vogliono che tutti lo sappiano.

Ci fermammo ai margini del bosco, dove gli alberi finivano e cominciava la strada aperta che portava alle porte della città.

Guardai Hant.

Lui guardò la città. Le cavità scure dei suoi occhi si posarono sulle mura, sulle torri, sul traffico di persone e carri che entrava e usciva dal portone principale. Restò fermo a lungo, più del solito.

Poi abbassò la testa verso di me.

Capii cosa stava dicendo senza che dovesse dirlo. Là fuori non c’era posto per un frassino alto cinque metri. Non con tutto l’edera del mondo addosso.

“Lo so” dissi. “Aspettami qui.”

Lui non si mosse.

“Non mettermi fretta” aggiunsi. “E non farti vedere troppo.”

Hant si voltò verso il bosco e fece tre passi nella direzione degli alberi. Si fermò tra due querce grosse, immobile, e in pochi secondi divenne difficile distinguere dove finivano gli alberi e dove cominciava lui.

Lo guardai ancora una volta.

Strinsi il bastone, controllai che il cristallo di quarzo fosse nascosto sotto la camicia, abbassai il cappello sulla testa e mi incamminai verso le porte della città.

Otto giorni di viaggio, un guardiano di legno vecchio come i boschi, e nessuna certezza su quello che stavo per trovare dentro quelle mura.

Le solite condizioni di lavoro, per uno gnomo.

Capitolo terzo – La città non è la foresta

Le porte della città erano alte il doppio di Hant e larghe abbastanza da far passare tre carri affiancati. Le guardie ai due lati controllavano il viavai di carri e persone con quell’aria di chi ha fatto lo stesso gesto migliaia di volte e ha smesso di vederci davvero qualcosa.

Mi fermai a distanza di sicurezza, dietro l’angolo di un muro basso, e osservai per un po’.

I carri entravano a ritmo regolare: botti di vino, sacchi di grano, uno pieno di galline che protestavano a ogni buca della strada. Le guardie ne controllavano il carico con un’occhiata veloce, a volte facevano segno di fermarsi, più spesso lasciavano passare senza staccarsi dal muro contro cui erano appoggiate. Le persone erano più numerose dei carri, e nessuno le controllava affatto.

Pensai che, a venticinque centimetri da terra, probabilmente nessuno mi avrebbe degnato di uno sguardo comunque. Ma la foresta mi ha insegnato a non scommettere la pelle su un “probabilmente”, e decisi di non rischiare.

Presi un respiro profondo, il tipo di respiro che si prende prima di attraversare un ruscello in piena con la corrente troppo forte per essere sicura, e corsi verso la ruota del primo carro carico di botti di vino che passò abbastanza vicino. Mi affiancai e mi mossi alla sua stessa andatura, nascosto dal suo ingombro, controllando con la coda dell’occhio che nessuno mi avesse notato.

Nessuno mi guardava. Per ora.

Il portone si avvicinava, con le due guardie appoggiate ai lati, e il cuore cominciò a battermi più in fretta di quanto avrei voluto ammettere. Se una di loro avesse abbassato lo sguardo di un palmo, se il carrettiere avesse rallentato all’improvviso, se il vento avesse scelto proprio quel momento per portarmi via il cappello, sarei finito nelle mani di qualcuno che di sicuro non aveva intenzione di lasciarmi proseguire per la mia strada. Non sapevo cosa fanno le guardie di una città con uno gnomo sorpreso a intrufolarsi di nascosto, e non avevo nessuna voglia di scoprirlo
quel giorno.

Le guardie stavano guardando il carrettiere, non il terreno intorno alle ruote.

Nessuno mi fermò.

Una volta oltre le porte, mi staccai dalla ruota e mi appiattii contro il primo muro che trovai, per fermarmi un momento e capire dove fossi finito.

La città era esattamente quello che temevo.

Il rumore arrivò per primo, mi travolse tutto insieme, e i sensi si misero in allarme, come se il pericolo potesse arrivare da ogni direzione: voci sopra la mia testa, ruote di ferro sui sampietrini, un martello che batteva da qualche parte, un cane che abbaiava, una finestra che sbatteva. Non feci in tempo a distinguere un odore che già ne arrivava un altro sopra, sale, pane, fumo, mescolati assieme come se fossi finito dentro un mucchio di letame. Gambe e stivali mi passavano a un dito dal naso senza fermarsi, senza guardare, come se fossi trasparente.

Mi strinsi contro il muro. Le dita si chiusero intorno al bastone tanto forte da farmi male al palmo.

Un gatto mi passò a un palmo di distanza. Non mi mossi. Una donna con un cesto di panni mi urtò una spalla senza nemmeno accorgersene. Non mi mossi. Il cristallo di quarzo al collo era freddo, immobile, come se anche lui avesse deciso di aspettare prima di me.

Non so per quanto tempo restai così. So che a un certo punto smisi di sentire i singoli rumori, uno per uno, e cominciai a sentirli come un unico animale enorme che respirava intorno a me da ogni lato, e che io non avevo nessun modo di riconoscere.

Poi mi dissi che restare fermo non mi avrebbe portato da nessuna parte, che dovevo muovermi, e che l’unico modo per farlo era stare vicino ai muri, un angolo alla volta, senza fretta.

Quella che mi era sembrata la scelta migliore non era, purtroppo, priva di inconvenienti. Lo scoprii dopo soli sette passi.

Una ruota di carro mi sfiorò il cappello, sollevando una nuvola di polvere e paglia marcia, e mi costrinse a schiacciarmi contro un cancello di legno. Non feci in tempo a riprendere fiato che un secondo carro arrivò a ridosso del primo, e fu il suo cavallo a rischiare di finirmi addosso: uno zoccolo mi mancò la testa per la larghezza di due dita.

Ripresi a camminare. Non feci in tempo a rialzare la testa che una palla di cuoio rattoppata mi rimbalzò a un dito dai piedi, seguita da un bambino che la rincorreva urlando qualcosa a qualcun altro, senza vedermi.

Mi spostai contro il muro opposto, giusto in tempo. Da una finestra sopra la mia testa, una donna rovesciò un secchio d’acqua sporca sulla strada senza guardare chi ci fosse sotto. Uno schizzo mi arrivò addosso, bagnandomi il braccio sinistro e il mantello.

Restai fermo un momento, gocciolante, a guardare la strada, cercando di capire se ci fosse un modo migliore di attraversarla rispetto a quello che avevo appena provato.

Nella foresta, quando qualcosa di grosso si muove, lo senti arrivare da lontano. Qui arrivava tutto insieme, da ogni lato, senza preavviso, e ogni suono aveva lo stesso peso di ogni altro, che fosse un pericolo vero o soltanto un bambino con una palla.

Mi scrollai di dosso l’acqua meglio che potei, controllai che il cappello fosse ancora dritto (non lo era) e ripresi a camminare, questa volta con più attenzione.

La gente restava il problema più grande di tutti. Le gambe degli adulti si muovevano senza un ritmo riconoscibile, non come i passi degli animali nel bosco, che imparo a riconoscere da lontano solo dal suono. Camminavo lungo i muri, negli angoli, nei bordi dove c’era meno traffico, e anche lì bastava un bambino distratto o un cane curioso
per rimettermi in pericolo.

Mi infilai in un vicolo stretto tra due botteghe e mi appoggiai al muro, lasciando che l’agitazione che ancora mi stringeva lo stomaco si calmasse un poco.

Mi voltai verso l’imbocco del vicolo. Nessuno mi aveva seguito. Aspettai ancora qualche istante, il respiro che tornava lento, poi controllai il resto dello spazio intorno a me: due porte chiuse, nessuna finestra abbastanza bassa da spiare, nessun rumore di passi oltre i miei. Sembrava un posto sicuro quanto potevo desiderarne uno,
in quella città.

Solo allora tirai fuori dalla tasca il pezzo di cuoio piegato in quattro, quello su cui avevo disegnato, la sera prima, quello che ricordavo del volto del bandito con gli stivali. Lo aprii con cura, una piega alla volta, e lo tenni davanti a me.

Lo fissai a lungo.

Non era un ritratto preciso, non ho mai avuto talento per i ritratti, ma i dettagli che contavano c’erano: la cicatrice sul mento, le spalle larghe, il modo in cui teneva la spada troppo indietro sul fianco sinistro.

Quando rialzai lo sguardo dal cuoio, il mio viso non era più lo stesso di quando ero entrato nel vicolo. La parte spaventata si era ritirata da qualche parte, lasciando spazio a qualcosa di più deciso.

Avevo una faccia. Avevo una direzione generale, la strada principale che portava verso il mercato, dove i banditi si sarebbero fermati a vendere parte del bottino.

Cominciai a cercare.

Il problema era che cercavo loro, e non avevo pensato che qualcuno potesse cercare me.

Nella foresta so quando qualcosa mi guarda. È un peso preciso tra le scapole, lo stesso che sentono i topi quando il gheppio è fermo nell’aria sopra di loro. Non serve vederlo. Il corpo lo sente prima che gli occhi lo vedano.

In città la sensazione arrivò lo stesso, ma arrivò sporca. Troppi occhi, troppi movimenti, troppe cose che si spostano senza motivo. Ci misi diverse ore a separare quello che contava dal resto, come si separa il passo di un cinghiale dal rumore generico del bosco.

Avevo sottovalutato i ladri della città.

Non quelli del tipo che conosco dalla foresta, cercatori di funghi che allungano la mano sulla roba degli altri perché ne hanno bisogno. Questi erano professionisti, con un territorio, delle regole, e degli occhi dappertutto. Il tipo di persone che nota chi entra dalla porta principale e non conosce nessuno, che riconosce in tre secondi chiunque
non appartenga al posto in cui si trova.

Uno gnomo da venticinque centimetri che cammina lungo i muri della loro città cercando qualcuno, con addosso l’aria di chi viene da fuori e non lo sa nascondere, è esattamente il tipo di cosa che notano.

Poco prima del mercato del pesce dovetti fermarmi di colpo: due uomini che trasportavano una grande cassa di legno mi tagliarono la strada senza guardare dove mettevano i piedi, tanto vicini che sentii lo spostamento d’aria contro il cappello.

Fu in quell’istante che la notai.

Un’ombra, a una certa distanza da me, si era fermata di scatto. Non rallentata, non voltata per prendere un’altra strada, come fanno le ombre quando cambiano semplicemente idea. Fermata tutta insieme, nello stesso momento in cui mi ero fermato io.

La ignorai. Poteva essere chiunque, fermo per una ragione qualsiasi che non aveva niente a che fare con me.

Il flusso della gente si strinse ancora di più vicino all’ingresso del mercato, e dovetti cambiare lato della strada per non finire sotto un carretto che nessuno sembrava guidare con attenzione.

Di nuovo, con la coda dell’occhio, vidi un’ombra fermarsi di scatto.

Due volte non potevano essere un caso.

Le bancarelle si susseguivano sotto teli scoloriti dal sole, ancora capaci di dare un po’ d’ombra a chi vendeva. Camminavo sotto il bordo dei banchi, alti sopra la mia testa come piccoli tetti di legno, mentre da lassù scendevano odori che si accavallavano senza permesso: sale, alghe, pesce che aveva conosciuto giorni migliori. Per un istante, uno di quegli odori riuscì a farsi strada tra tutti gli altri, pane appena sfornato, la crosta che scricchiola quando la posi sul tavolo, e per un momento mi ritrovai a pensare a nonna Pina invece che al mercato del pesce. Durò un respiro, poi sparì di nuovo sotto il resto.

Un bambino mi tagliò la strada correndo a testa bassa. Lo evitai per un soffio. Il tavolo della bancarella accanto no: rimase esattamente dov’era. Il bambino rimbalzò all’indietro, si sedette per terra e restò lì a decidere se piangere oppure no.

Meglio allontanarmi. Gli umani hanno la curiosa abitudine di dare la colpa a chi è rimasto in piedi.

Devo verificare quel sospetto, mi dissi. Se qualcuno mi stava seguendo, meglio saperlo subito che scoprirlo quando sarebbe stato troppo tardi.

Poco più avanti vidi una cesta piena di anguille, proprio alla mia altezza, appoggiata al bordo di una bancarella. Era quello che cercavo.

Mi fermai di scatto e mi chinai sopra: dentro si contorcevano lente, una sopra l’altra, in cerca di un varco che non c’era. Perfetto. Fissai la cesta come se fosse la cosa più interessante vista in vita mia. Gli occhi, però, guardavano altrove.

“Hai preso una decisione discutibile” dissi a una che cercava di arrampicarsi fuori dal bordo. Il pescivendolo la rispinse dentro con due dita, senza degnarla di uno sguardo.

Dietro di me, un passo si fermò mezzo secondo dopo il mio.

Con la coda dell’occhio lo vidi: un uomo che si era voltato verso una bancarella di vestiti, sfiorava una veste da donna tra pollice e indice, annuiva tra sé come se stesse prendendo una decisione importante.

Con quella gonna sarebbe stato decisamente più convincente.

Il pensiero mi strappò un mezzo sorriso divertito.

Ripresi a camminare. Lui fece lo stesso, un istante dopo, e quando svoltai in una traversa senza motivo, solo per controllare, lo vidi svoltare a sua volta un momento più tardi, con un cenno secco della mano verso una traversa laterale, come se stesse indicando a qualcun altro dove muoversi.

Il secondo lo trovai poco più avanti, vicino a un banco di mele, fermo a fingere un interesse che le mele non ricambiavano.

Poi, all’incrocio successivo, un fischio corto tagliò il rumore del mercato, e da qualche parte, poco distante, qualcuno rispose allo stesso modo.

Tre. Non poteva più essere un caso.

Lavoravano ai lati, senza fretta, come si chiude una rete quando il pesce è già dentro. Il pesce, però, non lo sapevo ancora di esserlo.

Non stavo più cercando i banditi. Stavo cercando un modo per scappare.

Mi mossi come mi sarei mosso nella foresta: cercai il fitto.

Nella foresta, quando sei piccolo e qualcosa di grosso ti vuole, vinci nel fitto. Rovi, radici, tane, passaggi dove il grosso non passa e il piccolo scivola via. Imboccai il vicolo più stretto e ingombro che vidi, sicuro che dall’altra parte ci fosse l’equivalente cittadino di un rovo.

La città mi mentì.

Il vicolo si aprì in uno slargo lastricato, pulito, circondato da muri alti su tre lati. Sul quarto lato una fontana di pietra e, oltre la fontana, una strada larga abbastanza da avere speranza. Niente fitto. Niente tane. Solo spazio aperto e io in mezzo, venticinque centimetri di bersaglio con il cappello.

Lo stomaco mi si chiuse in una morsa fredda, lo stesso vuoto che sente la lepre nell’istante in cui capisce che il falco l’ha già vista. Poi arrivò l’altra cosa, quella che la foresta mi ha insegnato altrettanto bene: la scarica che ti sale nelle
gambe quando qualcosa di grosso ti vuole per cena, e l’unica risposta che conta è correre più forte di quanto tu abbia mai corso in vita tua.

Corsi verso la strada.

Dal vicolo alle mie spalle sbucò il primo, un uomo tarchiato con la giacca scura, già piegato in avanti con la mano tesa verso il basso. Lo lasciai avvicinare, poi scartai di lato all’ultimo, come si scarta la volpe: non prima che affondi, non dopo. La sua mano si chiuse sull’aria, il resto di lui proseguì per conto suo e finì dentro le ceste accatastate davanti alla bottega di un fornaio, sollevando una nuvola bianca di farina che se lo mangiò intero. Da dentro la nuvola arrivò una tosse profonda, convinta, il genere di tosse che non finisce presto.

Il secondo arrivò da destra, più giovane, più veloce, e decise di risolvere la faccenda con un salto. Era un buon salto. Sarebbe stato un ottimo salto su un terreno qualsiasi che non fosse selciato bagnato accanto a una fontana. Atterrò, le suole partirono per una direzione tutta loro, e lui entrò seduto nella vasca con un’onda che avrebbe fatto onore a un cane grosso.

Il terzo era il problema serio. Grosso, mani larghe, e più furbo degli altri due: non correva verso di me, correva verso la strada, per chiudermela. Deviai verso destra, lui corresse la traiettoria, piantò il piede per girare, e il piede trovò un gatto.

Il gatto non era previsto da nessuno dei due.

L’uomo fece tre passi da spaventapasseri, agitando le braccia in cerca di un equilibrio che non tornava più, e crollò lungo disteso sul selciato. Il gatto protestò con veemenza e si sedette a leccarsi una zampa, offeso, a mezzo metro dalla sua faccia.

Ero a dieci passi dalla strada. Libera.

E lì commisi l’errore.

Nella foresta, quando la volpe manca il colpo, non ti fermi a guardarla. Corri. Ridi dopo, nella tana, se proprio devi. La foresta non si ferma mai a metà di una fuga, perché la foresta non trova niente divertente.

Io mi fermai.

Uno stava tossendo farina in un angolo. Uno era seduto in una fontana e si guardava la camicia come se lo avesse tradito. Il terzo discuteva con un gatto, e il gatto stava vincendo. Era, oggettivamente, uno spettacolo.

Risi.

Non sentii i passi del quarto.

Il quarto non l’avevo mai contato, perché non si era mai fatto contare: aveva girato largo fin dall’inizio, per la traversa parallela, ed era arrivato da davanti, dall’unica direzione da cui non stavo scappando. Era giovane, sedici anni forse, magro, con i capelli scuri tagliati corti. Niente di minaccioso nella faccia. Molto di determinato.

Guardò me. Guardò lo slargo, i suoi tre compagni variamente distrutti. Guardò il secchio di legno appoggiato al bordo della fontana.

Esitò mezzo secondo. Non per paura: stava calcolando.

Poi prese il secchio, fece tre passi veloci, e me lo calò sopra dall’alto.

Il buio fu istantaneo.

Il rumore fu un tonfo sordo e abbastanza dignitoso.

Rimasi fermo sotto il secchio, al buio, con il cappello schiacciato sulla testa e il bastone inutilmente stretto in mano, e ascoltai i passi che si avvicinavano senza fretta. Non ce n’era più bisogno, di avere fretta, e lo sapevamo entrambi.

Grak’tal voss” dissi, sottovoce, al buio.

Nessuno rispose. Ovviamente.

Dentro il covo dei ladri

Sentii delle mani afferrare il secchio da entrambi i lati, poi un fruscio di tela sopra la mia testa: mi infilarono, secchio compreso, dentro un sacco più grande, chiuso stretto con un laccio appena sotto il bordo. Provai a spingere con la schiena, a cercare un varco. Non ce n’era: il sacco teneva il secchio troppo bene perché potessi ribaltarlo o farmi strada verso l’esterno.

Mi tirarono fuori da quella doppia prigione, secchio e sacco, in un posto che non era lo slargo.

Avevano camminato per un po’, con me dentro, tenuto da qualcuno che procedeva con passo regolare, come se trasportare uno gnomo incastrato in un secchio dentro un sacco fosse una cosa che faceva spesso. Poi una porta, dei gradini verso il basso, l’odore di cantina, legno vecchio e qualcosa di fritto che valeva già più di tutto il
pesce del mercato.

Quando il sacco si aprì e il secchio si sollevò, mi trovai in una stanza bassa, illuminata da due lanterne, con quattro uomini seduti intorno a un tavolo e il ragazzo del secchio in piedi vicino alla porta, ancora con il secchio in mano.

Nessuno sembrava avere fretta.

“Allora” disse l’uomo più anziano. “Ecco il gran fuggitivo.”

“Corre veloce” commentò uno con una cicatrice che gli attraversava il sopracciglio sinistro.

“Ride anche troppo” aggiunse un terzo, senza alzare lo sguardo da un pezzo di legno che stava intagliando.

“E fa inciampare la gente” concluse il quarto.

“Io non faccio inciampare nessuno” risposi. “Sono loro che insistono a mettere i piedi dove passo io.”

Un silenzio calò all’improvviso, il tipo di silenzio che nella foresta precede sempre qualcosa. Approfittai di quei pochi istanti per guardarmi intorno: la porta, con il ragazzo davanti; una finestrella troppo in alto per essere utile; il tavolo, troppo largo per nascondermici sotto senza essere visto subito. Nessuna via di fuga che valesse il rischio di tentarla.

Poi il ragazzo vicino alla porta abbassò la testa per nascondere un sorriso, e l’uomo con la cicatrice rise apertamente. Non una risata cattiva. Più il tipo di risata che esce quando qualcuno dice la cosa sbagliata nel momento giusto.

“Mi piace” disse.

“Ha coraggio e una bocca veloce” concordò quello con il coltello, sempre senza guardarmi.

L’anziano no. Mi studiava con un’attenzione diversa dagli altri, non quella di un cacciatore ma quella di un falegname che guarda un pezzo di legno cercando di capire cosa può diventare.

“Come ti chiami, piccola creatura?”

“Talls.”

“Io sono Dorn.” Fece un cenno di saluto, breve, poi indicò il tavolo. “Puoi salire, se vuoi. Da laggiù ti verrebbe il torcicollo a parlarmi.”

Mi arrampicai lungo una gamba della sedia più vicina e raggiunsi il piano del tavolo. Molto meglio.

“Cosa cercavi nel nostro quartiere?”

“Non è il vostro quartiere” risposi. “È una città.”

Dorn non reagì. Fu di nuovo l’uomo con la cicatrice a ridere, piano.

“Stai cercando qualcuno” disse Dorn, quando il silenzio tornò. Non era una domanda.

Lo vidi calcolare, dietro gli occhi, cosa ci fosse da guadagnare in tutto questo. Nessuno rapisce uno gnomo per il gusto di farlo: lo si fa quando si pensa di ricavarne qualcosa, un riscatto, un favore, un debito da riscuotere più avanti. Lo vidi cercare quel qualcosa nella mia faccia, nei vestiti rattoppati, nel bastone consumato dall’uso.

Non trovò niente da prendere. Trovò solo uno che aveva più bisogno di lui di quanto lui ne avesse di me, e quello, a giudicare da come gli si addolcì lo sguardo, contò più di qualsiasi minaccia avrei potuto fare io.

Li guardai uno per uno. Non avevano le facce di chi fa domande per poi usarle contro di te. Avevano le facce di chi ha visto abbastanza del mondo da essere curioso senza essere crudele.

“Quattro uomini” dissi alla fine. “Sono arrivati in città qualche giorno fa. Hanno rubato il cibo a una famiglia di contadini e picchiato un ragazzo che cercava di difenderlo. Uno di loro ha una cicatrice sul mento e tiene la spada troppo indietro sul fianco sinistro.”

Il vecchio non si mosse. L’uomo con la cicatrice al sopracciglio smise di sorridere. Quello con il coltello posò la lama sul tavolo.

“Li conoscete?” chiesi.

Si scambiarono un’occhiata, i quattro, il tipo di occhiata tra persone che si conoscono da tanto e non hanno bisogno di molte parole per capirsi. Tutta quella fatica, il pedinamento, il secchio, la cantina, e alla fine niente da guadagnarci: nessun riscatto, nessun favore da vendere, solo uno gnomo esausto seduto sul loro tavolo. Eppure nessuno sembrava dispiaciuto per l’affare mancato.

C’è un tipo di onore che non si trova scritto da nessuna parte, e che quei ladri sembravano conoscere bene quanto lo conosco io nella foresta: non si ruba a chi è già disperato. Ci si può, al massimo, aiutarlo.

Per un istante, guardando le mie mani piccole e il modo in cui ero riuscito a scivolare per mezza città senza che nessuno mi notasse davvero fino a quel momento, vidi passare negli occhi di Dorn un pensiero più pratico: quanto potrebbe tornare utile, un giorno, qualcuno capace di infilarsi ovunque, in una casa, in una cassaforte, in una stanza chiusa dall’interno. Lo vidi considerarlo. Poi lo lasciò andare, come si lascia andare un pesce troppo piccolo per valere la fatica di pulirlo.

“Sappiamo dove bevono” disse Dorn. “Sappiamo con chi fanno affari. Sappiamo dove spariscono quando credono di essere furbi.” Fece una pausa. “Li hai seguiti fin qui. Da solo. Per riprendere ciò che hanno rubato.”

“Sì.”

“O per vendicarti?”

Guardai il cristallo di quarzo al collo. Si era scaldato appena, come faceva ogni volta che qualcosa gli sembrava importante.

“Perché alcune cose devono tornare al loro posto.”

Dorn rimase in silenzio un momento, poi si alzò, andò verso una mensola lungo il muro, si versò qualcosa in una tazza e tornò a guardarmi.

“Siediti, piccola creatura” disse. “C’è differenza tra chi ruba per vivere e chi ruba per piacere. Un ladro prende quello che gli serve. Un bandito prende anche quello che non gli serve, e quando ha finito rompe quello che non riesce a portare via.” Bevve un sorso. “Quelli che cerchi appartengono alla seconda categoria. E in questa città, anche
noi abbiamo delle regole.”

“È un codice strano per dei ladri” dissi.

“È l’unico codice che permette di dormire” rispose Dorn.

Li guardai di nuovo, uno per uno. Il modo in cui stavano seduti, il modo in cui parlavano tra loro, il modo in cui il ragazzo vicino alla porta ascoltava senza perdere una parola pur non dicendo niente.

Questi non erano i banditi della fattoria.

Era la stessa differenza che c’è tra un temporale e una siccità. Entrambi portano danno, ma uno ha una logica, l’altro è solo distruzione.

“Sapete dove stanno adesso?” chiesi.

Dorn posò la tazza. “Sappiamo molte cose” disse. “La domanda è cosa vuoi farne, una volta che li trovi.”

“Voglio riprendere quello che hanno preso. E voglio che rispondano di quello che hanno
fatto.”

“Ucciderli?”

“No.”

Dorn mi guardò a lungo, con quegli occhi che sanno aspettare, che non ti mettono fretta ma non si tolgono nemmeno di dosso finché non hanno capito cosa cercavano.

“C’è una taglia su di loro” disse alla fine. “In altre tre città. Il capitano delle guardie qui sarebbe molto interessato a parlare con qualcuno che li conosce.”

Rimasi in silenzio.

“Non ti sto chiedendo niente in cambio, se è quello che ti preoccupa” disse Dorn, come se avesse seguito lo stesso filo di pensieri che avevo io dal momento del secchio in poi. “Levare di torno gente come quella vale quanto una taglia, per chi come noi ci deve vivere accanto ogni giorno. Direi che è uno scambio equo: io ti aiuto a trovarli, la città si libera di loro.”

“Ci penso” disse Dorn, alzandosi. “Tu intanto stai qui. Nessuno ti farà del male.”

Si avviò verso la porta, poi si fermò e si girò verso il ragazzo.

“Finn. Tienilo d’occhio. E portagli qualcosa da mangiare.”

“E questa volta” aggiunse, senza voltarsi, “senza secchio.”

Per la prima volta, tutta la stanza rise. Anche Finn, tenendo lo sguardo basso.

Dorn uscì, e con lui gli altri due. Rimasi solo con Finn e il silenzio della cantina, e il problema ancora irrisolto di quattro banditi da qualche parte in quella città, con il ciondolo del mio amico in tasca.

Capitolo quarto – Il piano di Finn

Finn mi portò del pane, un pezzo di formaggio stagionato e una tazza di qualcosa di caldo che sapeva di erbe e miele. Lo posò sul tavolo accanto a me senza dire niente, poi si sedette sulla sedia di fronte e mi guardò con quell’espressione concentrata che aveva avuto anche nello slargo, prima del secchio.

“Mi dispiace” disse alla fine. “Per il secchio.”

“Non mi hai fatto del male.”

“No, ma… comunque.” Si strinse nelle spalle. “Eri fermo. Pensavo fossi bloccato dalla
paura.”

“Stavo ridendo.”

Finn mi guardò. “Ridendo?”

“Il tuo amico e il gatto. E l’altro con la fontana.”

Una pausa. Poi Finn abbassò la testa e rise piano, quel tipo di risata che si cerca di trattenere e non ci si riesce del tutto. “Grenn ci ha messo dieci minuti a smettere di tossire” disse. “E Mord dovrà spiegare a sua moglie perché ha la camicia bagnata.”

Rimase qualche istante in silenzio. Si rimise serio.

“Quello che hai detto a Dorn” disse. “Il cibo rubato. La famiglia. Lo intendevi davvero.”

“Sì.”

Finn mi guardò con l’aria di chi sa che c’è dell’altro, e aspetta che sia l’altro a dirlo per primo. “Ma non è tutto, vero? Nessuno passa un giorno intero a farsi seguire da mezza città solo per una questione di principio.”

Rimasi zitto un momento.

“Hanno preso un ciondolo” dissi alla fine. “Dal collo del ragazzo che hanno picchiato.”

“E per un ciondolo hai fatto tutta questa strada?”

“È una cosa che conta.”

Finn non insistette. Non era il tipo che chiede due volte quando qualcuno ha già dato la risposta che aveva intenzione di dare.

Finn tamburellò le dita sul tavolo. Non era nervosismo, era il gesto di chi sta pensando e ha bisogno di qualcosa da fare con le mani.

“So dove stanno” disse alla fine.

Lo guardai, sorpreso. “Così, subito?”

“Non ho dovuto cercare. Lo sappiamo già.” Si strinse nelle spalle, come se fosse ovvio. “Non è lontano. Una locanda sul lato est, quella con l’insegna del cinghiale. Il tipo con la cicatrice sul mento ci beve dentro ogni sera. Gli altri tre dormono al
piano di sopra.”

“Da quanto lo sapete?”

“Da quando sono arrivati. Teniamo d’occhio chiunque sia nuovo in città, finché non capiamo che razza è. Questi non ci sono piaciuti da subito, non sono il tipo di gente che vogliamo in giro più del necessario.” Si fermò. “Dorn mi ha detto di tenerti d’occhio. Non mi ha detto di non aiutarti.”

“E gli altri? Dorn, quello con la cicatrice, quello con il coltello. Non vogliono?”

“Non è che non vogliano.” Finn scelse le parole come chi spiega una regola che conosce da troppo tempo per ricordarsi che non è ovvia per tutti. “La città ha le sue regole, e per chi comanda un ladro vale l’altro. Se un uomo di Dorn si fa vedere vicino a quella locanda la notte in cui quattro banditi ricercati spariscono, pensano solo a un regolamento di conti tra ladri, e non ci perdono altro tempo sopra. Ma io ho la faccia del bravo ragazzo, non quella del delinquente. Io e te facciamo la differenza.”

“Quindi ti sei offerto perché sei l’unico che non rischia niente.”

“Più o meno.”

Rimase in silenzio ancora un momento. Poi si alzò, andò verso un angolo della stanza e tornò con un piccolo sacchetto di cuoio che posò sul tavolo. Lo aprii. Dentro c’era una corda sottile e robusta, un grimaldello, un coltellino con la lama corta, e un rotolo di benda cerata.

“Gli altri me li hanno dati quando mi sono offerto” disse Finn. “Non volevano venire, hanno i loro motivi, ma ci tenevano a far sapere che a modo nostro aiutiamo chi è messo male.” Il tono era asciutto, ma c’era qualcosa sotto, un calore trattenuto. “Mord ha detto che se combini un casino è colpa tua.”

“Mord è quello della fontana?”

“Si, Mord è quello della fontana.”

“C’è un’altra cosa” aggiunse Finn, dopo un momento, come se gli fosse costato deciderselo. “Dorn non ti ha chiesto niente in cambio, e lo pensava davvero. Ma lo conosco: se un giorno trovi un modo di ripagarlo, non dirà di no. È il tipo che non dimentica chi lo aiuta, e nemmeno chi non lo fa.” Esitò. “C’è una taglia su quei quattro, in tre città. Se mai la incassi, anche solo una parte basterebbe a farci campare qualche mese senza dover rischiare il collo per ogni pasto.”

“Gliela darò” dissi, prima ancora di averci pensato davvero.

Finn mi guardò come se si aspettasse esattamente quella risposta, e niente di meno.

Presi il grimaldello e lo soppesai. Era buono, bilanciato, fatto per mani più grandi delle mie ma adattabile. Il coltellino era affilato. La corda era abbastanza lunga.

“Ho bisogno di sapere com’è fatta la locanda” dissi. “Finestre, porte, dove dormono
esattamente.”

Finn tirò fuori un pezzo di carta dall’interno della giacca. Già piegato, già pronto.

Lo avevo sottovalutato.

Il ciondolo

Quella notte uscimmo quando la città dormiva.

Finn conosceva le strade buie come le conosce chi ci ha passato l’infanzia, sapendo dove il selciato è sconnesso e dove le guardie girano meno spesso. Io camminavo accanto ai muri, lui un passo avanti, e non parlammo per tutto il tragitto.

La locanda del Cinghiale era un edificio di due piani, pietra al piano terra e legno al primo, con una finestra sul retro che Finn mi aveva indicato sulla piantina come quella che non chiudeva bene.

Non chiudeva bene perché aveva il gancio rotto.

Non chiudeva bene perché ci aveva pensato Finn, quella mattina, quando era passato a fare una ricognizione fingendo di cercare lavoro in cucina.

“Ci hai pensato già prima di parlarmi” dissi, sottovoce, contro il muro del vicolo.

“Ho pensato che qualcuno prima o poi avrebbe fatto qualcosa per quei quattro” rispose. “Preferivo essere pronto.”

Mi legò la corda sottile intorno alla vita, come un’imbracatura improvvisata, fece scorrere l’altro capo attraverso l’anello di ferro arrugginito che sporgeva dal muro appena sotto la finestra del primo piano, e cominciò a tirare. La corda scorreva nell’anello come in una piccola carrucola, e io salii lungo il muro, lento e ondeggiante, fino al davanzale.

La spinsi appena. Si aprì senza rumore.

“Dieci minuti” disse Finn sottovoce.

Annuii ed entrai.

La stanza puzzava di stivali sudati e vino di bassa qualità. Mi tappai il naso con due dita e respirai dalla bocca, aspettando che il fastidio passasse.

Dentro era buio pesto, il tipo di buio in cui anche i miei occhi, abituati alle notti della foresta, faticavano a distinguere le forme. Strinsi il cristallo di quarzo tra le dita e lo scaldai piano, come si scalda una brace soffiandoci sopra: non la luce vera che uso per ingannare gli uomini nel buio di una strada, ma un bagliore minimo,
appena percettibile, che tenni chiuso nel palmo perché non lo vedesse nessuno tranne me.

Bastò quel poco per orientarmi.

I quattro dormivano: due in brande lungo il muro, uno sul pavimento avvolto in un mantello, il quarto, quello con la cicatrice sul mento, sull’unico letto vero della stanza, con la schiena contro la parete e le braccia incrociate sul petto. Anche nel sonno aveva quell’aria di chi si aspetta un problema.

Rimasi fermo sulla soglia della finestra, aggrappato al davanzale, e studiai la stanza pezzo per pezzo: dove finiva un mantello e cominciava un braccio, quali tavole del pavimento sembravano più vecchie e più propense a cigolare, quale percorso mi avrebbe tenuto più lontano possibile da tutti e quattro insieme.

Erano lì. Dopo la fattoria, dopo la Quercia, dopo otto giorni con un albero che cammina, dopo una città che avevo rischiato di perdere tre volte in un solo pomeriggio, erano lì, a pochi passi da me, addormentati e ignari di tutto.

Sentii l’agitazione di poco prima cambiare forma, indurirsi in qualcosa di più scomodo da tenere in petto. Non erano più solo quattro sagome addormentate in una stanza che puzzava di vino: erano le mani che avevano strappato il ciondolo dal collo del ragazzo, il calcio che lo aveva steso nel fango, le risate mentre caricavano sul carro il raccolto di una famiglia intera. Mi ritrovai a stringere i pugni senza essermene accorto.

Mi imposi di lasciar perdere.

La rabbia, mi disse una volta mia nonna, è come il fuoco: utile finché resta dove serve, pericolosa nel momento in cui decide di allargarsi da sola. Non ero lì per fargliela pagare. C’erano cose più importanti di quello che provavo in quel momento, un ciondolo da riprendere e un piano che aveva bisogno di mani ferme, non di conti
da regolare.

Mi restava solo sperare che il resto del piano, quello escogitato con Finn nella luce onesta del mattino, reggesse la prova del buio vero. Ma quello sarebbe successo dopo, fuori da quella stanza. Prima, il ciondolo.

Il ciondolo.

Doveva essere su di lui, o nelle tasche della giacca, o appeso da qualche parte vicino al letto. Era il tipo di oggetto che uno come lui avrebbe tenuto vicino, non per affetto, ma perché brillava e i brillanti si tengono sempre vicino.

Mi mossi lungo il muro, piano, scegliendo dove mettere i piedi sul pavimento di legno con la stessa attenzione con cui si sceglie dove mettere i passi in una foresta di notte: bisogna sapere dove posare il peso, quanto lasciarcene sopra, quando invece spostarlo subito. Per un buon tratto indovinai quasi ogni asse.

Quasi.

Una tavola cigolò sotto il mio piede, un suono corto e secco, come un ramo che si spezza in lontananza.

Uno degli uomini sul pavimento si girò nel sonno.

Mi si gelò il sangue. Restai fermo con una gamba ancora sollevata a mezz’aria, il cuore che mi martellava così forte da temere fosse quello, e non la tavola, a svegliare tutti quanti. Nella foresta un rumore del genere significa una cosa sola: sei stato visto, e conta solo quanto in fretta sai sparire. Lì non potevo sparire da
nessuna parte. Potevo solo restare immobile e sperare.

Per tenere la mente occupata su qualcosa che non fosse il battito che sentivo nelle orecchie, cominciai a contare, piano, dentro di me. Arrivai quasi a trenta prima che l’uomo si risistemasse nel mantello e ricominciasse a russare.

Solo allora mi permisi di respirare anch’io, piano, lasciando uscire l’aria che avevo trattenuto senza nemmeno accorgermene.

Ripresi a muovermi, più lento di prima, se possibile.

La giacca dell’uomo con la cicatrice era appesa a un chiodo vicino alla testa del letto. Mi arrampicai lungo il bordo del letto, tenendomi ai pioli della testiera, e frugai nelle tasche con due dita. Niente. Altra tasca. Un coltello, delle monete, un pezzo di cuoio con dei nomi scritti sopra.

Poi sentii qualcosa di liscio nell’ultima tasca, sorprendentemente grande sotto le dita.

Il cristallo di quarzo al mio collo si scaldò appena, come un riconoscimento.

Con qualche sforzo riuscii a tirarlo fuori: il ciondolo, molto più grande di quanto lo ricordassi, tanto da non riuscire a chiuderci un pugno intorno, e pesante per quel breve istante in cui lo tenni davvero tra le mani. Lo infilai nella sacca che porto alla cintura, e il peso sparì non appena scomparve dentro, lasciandomi di nuovo le mani libere per la discesa.

L’uomo non si svegliò.

Tornai verso la finestra con lo stesso percorso dell’andata, più veloce. Mi calai sulla corda e Finn mi tirò giù in silenzio.

Aprii la sacca e tirai fuori di nuovo il ciondolo, che tornò a pesare quanto doveva nell’istante in cui lo sollevai con entrambe le braccia per mostrarlo a Finn. Brillò anche al buio, una luce sottile, quasi vegetale.

Finn lo guardò senza dire niente.

Lo rimisi via.

“Andiamo” dissi.

La trappola

Il piano era nato la mattina, mentre Finn ripiegava la piantina della locanda.

“C’è una taglia su di loro” aveva detto. “In tre città.”

Una taglia vuol dire guardie che li vogliono vivi, in catene, davanti a un giudice. Non serviva combattere nessuno. Serviva solo portarli dove le guardie potessero prenderli.

“Il problema è come” avevo detto.

“Li si fa scappare” aveva risposto Finn, come se fosse ovvio.

“E dove scappano?”

“Dove gli diciamo noi.”

Non aveva aggiunto altro. Non ce n’era bisogno.

Prima dell’alba, quando la notte è più fonda e i sensi più lenti, mi appostai nell’imboccatura del vicolo che portava verso la porta est della città, quella che conduceva alla strada aperta verso il bosco. Da lì vedevo sia la locanda del
Cinghiale, in fondo alla via, sia il tratto di strada che avrei dovuto riempire di fuochi che non esistevano.

Scelsi i punti in anticipo. Uno vicino alla fontana secca all’angolo, uno davanti alla bottega del sellaio, l’ultimo sotto l’arco della porta est. Tre illusioni, se tutto fosse andato come previsto. Forse solo due, se la concentrazione avesse ceduto prima. La magia della foresta non è fatta per durare a lungo fuori dal suo elemento, e io ero già stanco solo a pensarci.

Il trucco della luce falsa non era una cosa che sapevo fare da sempre. Mia nonna me lo aveva mostrato una volta sola, come tutte le cose che contano davvero nella foresta, e da allora l’avevo usato appena un paio di volte, mai per qualcosa di importante quanto questo.

Strinsi il cristallo di quarzo al collo e aspettai il segnale di Finn.

Bussò alla porta di servizio della locanda, quella che usano i fornitori, non quella degli ospiti, nel ritmo specifico che usano le guardie della città quando fanno le ronde notturne e trovano qualcosa che non va.

Tre colpi. Pausa. Due colpi.

Poi sparì di corsa nel vicolo prima che qualcuno potesse aprire.

Una luce si accese al primo piano della locanda.

Una tenda si mosse, appena, e dietro vidi delle sagome affacciarsi alla finestra, guardare giù nella strada vuota, poi guardarsi tra loro. Non li sentivo, da quella distanza, ma non serviva sentirli per capire cosa si stavano dicendo: quattro uomini con tre taglie sulla testa non sentono bussare la guardia nel cuore della notte senza
pensare subito alla cosa peggiore.

Non uscirono dalla porta principale.

Li vidi scivolare fuori da un passaggio laterale, tra la locanda e la bottega accanto, armi in mano e vestiti mezzi addosso, con quella goffaggine silenziosa di chi ha troppa fretta per essere davvero silenzioso.

Era il momento.

Chiusi gli occhi e spinsi il primo pensiero verso la fontana secca all’angolo: un fuoco, grande, arancione, con le ombre che ballano nel modo specifico del fuoco vivo. Non produceva calore. Non produceva fumo. Ma quando riaprii gli occhi, la luce era già lì, a bloccare l’unica via che li avrebbe portati lontano dalla porta est.

I quattro si bloccarono, si guardarono, e scelsero l’altra direzione. Verso di me.

Portai due dita alla bocca e soffiai un fischio breve, lo stesso segnale che uso nella foresta quando ho bisogno di Hant e sono troppo lontano perché mi veda alzare il bastone. Sperai che il rumore dei passi in fuga coprisse quel suono per chiunque non fosse lui.

Li lasciai passare, nascosto nell’ombra di un cancello, e corsi a spostarmi verso il secondo punto, quello davanti alla bottega del sellaio, mentre loro erano ancora convinti di stare scappando da un incendio invece che correndoci quasi incontro.

Il secondo fuoco costò più fatica del primo. Lo sentii nelle tempie prima ancora di vederlo, un peso sordo dietro gli occhi che non avevo previsto. Lo accesi comunque, proprio mentre stavano per imboccare la traversa sbagliata, e li vidi virare di scatto, come cavalli spaventati da un serpente sulla strada.

Restava un terzo punto, all’arco della porta est, ma non ne ebbi più bisogno: la strada, ormai, li stava già portando dove volevamo noi, e scappavano da qualcosa che non esisteva senza saperlo.

Finn li seguiva a distanza, silenzioso, tenendoli in vista senza mai avvicinarsi abbastanza da farsi notare lui per primo.

Più avanti, oltre l’incrocio prima della porta est, una sagoma tra le ombre di un cortile si mosse appena. Hant era già dentro le mura da un pezzo, in un punto dove nessuna guardia lo aveva visto scavalcare: aveva sentito il fischio, e ora si muoveva verso la porta est, silenzioso nonostante la mole.

Hant

Tutto rientrava nel piano. Non vidi cosa succedeva esattamente, ma potei sentire chiaramente rumori e grida arrivare da quella direzione, e mi bastò.

In fondo alla strada, oltre la porta est, si vedeva contro il cielo che cominciava appena a schiarire una sagoma enorme, e quattro figure molto più piccole sollevate da terra da quelli che, a quella distanza, sembravano lunghi tentacoli scuri. Un crepitio profondo di rami, poi le grida dei quattro banditi, brevi, più di sorpresa che di dolore. Poi silenzio.

Qualcosa dentro di me si sciolse tutto insieme. Ce l’avevamo fatta.

Guardai Finn. Aveva un sorriso stampato in faccia che non provava nemmeno a nascondere, lo stesso che sentivo nascere anche sul mio.

Corremmo verso la porta est, io un passo dietro di lui.

I quattro banditi erano fermi in mezzo alla strada aperta, immobili, con le braccia bloccate ai fianchi da quelli che da lontano avevo scambiato per tentacoli e che da vicino erano soltanto le dita di Hant, che li teneva con la stessa cura con cui si tiene qualcosa di fragile che non si vuole rompere ma non si vuole nemmeno lasciare andare.

Erano vivi. Erano interi. Avevano l’espressione di chi ha appena capito che il mondo è più strano di quanto pensasse e non è sicuro di essere felice per questa informazione.

L’uomo con la cicatrice sul mento fissava Hant con la bocca aperta. La spada che stringeva ancora un momento prima giaceva ora nella polvere della strada, caduta di mano nell’istante in cui Hant lo aveva sollevato da terra.

Hant abbassò la testa verso di me, quando mi avvicinai.

“Bravo” dissi.

Le cavità scure dei suoi occhi non esprimevano niente di leggibile. Ma i rami sulle sue spalle, quelli che restavano dell’edera del camuffamento, si mossero leggermente, come se ci fosse vento. Non c’era vento.

Finn si fermò accanto a me e guardò i quattro banditi, poi guardò Hant, poi guardò me.

“È un albero” disse.

“È un guardiano.”

“Cammina.”

“Sì.”

Finn restò in silenzio un momento. “Va bene” disse alla fine, con il tono di chi decide di non fare altre domande per stasera.

Il capitano

Attraversare mezza città con un albero alto cinque metri che porta quattro uomini legati sottobraccio non è il tipo di cosa che si può fare senza essere visti, e lo sapevo bene a ogni passo.

Ogni finestra chiusa mi sembrava un testimone in attesa di aprirsi. Ogni ombra tra le case poteva nascondere qualcuno sveglio abbastanza presto, o alzato abbastanza tardi, da mettersi a urlare alla vista di un frassino che cammina con quattro banditi sottobraccio. E anche arrivando sani e salvi, restava la domanda più grande: come avrebbero reagito le guardie, vedendo Hant? Se lo avrebbero preso per un mostro invece che per un guardiano, se avrebbero attaccato prima ancora di ascoltare una sola parola.

Finn camminava al mio fianco, silenzioso, con la stessa aria di chi sta facendo due conti che continuano a non tornare.

Poco prima che la caserma apparisse in fondo alla strada, Finn rallentò il passo e si staccò da noi senza dire una parola, sparendo dietro l’angolo di una casa. Meglio così: nessun motivo perché qualcuno lo vedesse insieme a un albero che cammina e quattro banditi legati, proprio davanti alla porta delle guardie.

Arrivammo alla caserma senza incontrare anima viva. Il sollievo durò molto poco.

Portare quattro banditi immobilizzati dal braccio di un frassino alto cinque metri alle porte della caserma delle guardie, di notte, è il tipo di situazione per cui non esiste un protocollo stabilito.

Le guardie di sentinella aprirono la porta, videro Hant, e la richiusero.

Sentii il chiavistello scattare due volte, come se una mandata sola non fosse abbastanza rassicurante.

Hant inclinò la testa verso il portone chiuso, lento, e restò così più a lungo del solito. Non me lo aspettavo nemmeno io, ma lui sembrava faticare ancora di più a capacitarsene: aveva appena portato quattro banditi legati fino alla porta di chi li cercava da settimane, e la risposta era stata chiudergli la porta in faccia.

“Lo so” dissi, piano, verso di lui. “Neanche a me sembra giusto. Dagli solo un momento.”

Le sue spalle si abbassarono di qualche centimetro, un gesto che nella foresta avrei letto come uno scrollare le spalle, se gli alberi sapessero farlo.

Bussai io, allora, con la punta del bastone, da qualche parte sotto lo stipite, all’altezza dei miei venticinque centimetri.

Il pannello dello spioncino si aprì di uno spiraglio, ad altezza d’uomo, ben sopra la mia testa. L’occhio che comparve dietro la fessura non si abbassò nemmeno per un istante a cercare chi avesse bussato: andò dritto a Hant, che torreggiava nel buio alle mie spalle, e lì restò, spalancato. Lo spiraglio si richiuse con un colpo secco, prima ancora che potessi dire una parola.

“C’è un albero” disse una voce, non rivolta a me.

“Lo vedo anch’io, l’albero” rispose un’altra.

“Cammina.”

“Vedo anche questo.”

Seguì una pausa lunga abbastanza da farmi pensare che avessero deciso di rimandare il resto della conversazione all’alba. Nella foresta, quando due animali non sanno chi debba muoversi per primo, restano fermi finché uno dei due ha più fame dell’altro. A quanto pare succede anche dietro un portone di guardia.

“Sveglia il capitano” disse la prima voce.

“Sveglialo tu. L’ultima volta che l’ho fatto per niente mi ha tolto due turni liberi.”

“Questo non mi sembra niente.”

“Appunto per questo non lo sveglio io.”

Bussai di nuovo, più forte.

“Ci sono anche quattro banditi ricercati, se può aiutare la decisione” dissi, verso il pannello chiuso.

Altro silenzio, più lungo del precedente. Poi una terza voce, più bassa e più dura delle prime due, tagliò corta la discussione da dietro il portone.

“Cosa siete, femminucce o uomini? Cosa vi ha spaventato tanto da svegliarmi a quest’ora, un fantasma?”

“C’è… c’è un albero, capitano. Grande. E cammina.”

Seguì una pausa che immaginai piena di uno sguardo molto eloquente.

“Aprite quel portone” disse la voce, “o lo apro io usando le vostre teste vuote come
ariete.”

Il chiavistello scattò tre volte, in fretta, come se le mani che lo maneggiavano avessero ritrovato all’improvviso una gran voglia di essere svelte.

Il portone si spalancò tutto insieme, non più a spiraglio. Il capitano si chiamava Arveth, come avrei scoperto un momento dopo: un uomo sulla cinquantina, capelli grigi tagliati corti, l’aria di chi ha passato più notti sveglio che a dormire, e il tipo di presenza che spiegava da solo perché due guardie adulte avessero preferito discutere per cinque minuti piuttosto che andarlo a svegliare. Guardò i quattro banditi immobilizzati, guardò Hant, guardò me.

“Sono i banditi della taglia” dissi. “Tre città. Li riconoscete dal registro.”

Arveth non disse niente per un momento. Poi si girò verso le sue guardie. “Portate il registro.” Si girò di nuovo verso di me. “E quello?”

Indicava Hant.

“È la prova che li ha presi.”

Arveth mi guardò a lungo, senza fretta e senza giudizio, come chi ha smesso da anni di stupirsi per quello che vede e si limita a decidere cosa farne.

“Portate anche le catene” disse alle guardie. Poi, verso di me: “Entra. Mi racconti dall’inizio.”

Hant abbassò le braccia e i quattro banditi caddero in ginocchio sul selciato, esausti, con le guardie già intorno a loro. L’uomo con la cicatrice alzò lo sguardo verso Hant una volta sola, poi lo tenne fisso sul suolo davanti a lui.

Entrai nella caserma.

Hant rimase fuori, immobile, nel buio prima dell’alba, con le radici affondate nel selciato della strada come se ci fosse sempre stato.

Arveth ascoltò tutto senza interrompermi. Era uno di quegli ascoltatori rari che non annuiscono in continuazione e non fanno domande prima che tu abbia finito. Aspettò che avessi smesso, poi aprì il registro delle taglie, trovò i nomi in meno di un minuto, e lo posò sul tavolo girato verso di me.

C’erano quattro nomi. C’erano quattro facce disegnate a inchiostro. Una aveva una cicatrice sul mento.

“Ricercati in tre giurisdizioni” disse Arveth. “Furto con violenza, aggressione, una questione più seria nel distretto di Valmere che non entro nei dettagli.” Chiuse il registro. “Riceveranno un processo. È garantito dalla legge di questa città.”

“E la pena?”

“Non spetta a me deciderla. Spetta al tribunale, con le prove. Ma con tre taglie attive e quello che mi hai raccontato stanotte, non uscirebbero da un processo puliti.”

Rimasi in silenzio.

“È abbastanza?” chiese Arveth.

Pensai al ragazzo nella fattoria, con le dita che graffiavano il fango. Pensai all’inverno che stava arrivando senza abbastanza cibo messo da parte. Pensai al ciondolo che portavo nella sacca da quella notte, caldo come se avesse aspettato di tornare dove apparteneva.

“È abbastanza” dissi.

Arveth si alzò. Tese la mano verso il basso, in modo che potessi stringerla senza dover saltare.

“Non so come si chiama quello che hai fatto stanotte” disse. “Ma ha funzionato.”

Prima che potessi voltarmi verso la porta, andò a un cofanetto chiuso su una mensola, ne tirò fuori un sacchetto che tintinnava, e lo posò sul tavolo davanti a me.

“La taglia” disse. “Su tre città, spetta a chi li consegna. Tu li hai consegnati.”

Sollevai il sacchetto quel tanto che bastava per sentirne il peso vero, poi lo feci sparire nella sacca alla cintura. Da fuori, nessuno avrebbe detto che dentro c’era altro che una borsa vuota.

Arveth guardò la sacca inghiottire il sacchetto senza cambiare espressione. Dopo un albero alto cinque metri, probabilmente poco altro poteva ancora sorprenderlo quella notte.

“Conosco qualcuno a cui servirà più che a me” dissi.

Arveth non chiese chi fosse. Si limitò ad annuire, come se gli sembrasse comunque la risposta giusta.

Uscii dalla caserma quando il cielo stava cominciando a schiarire sui tetti.

Hant era ancora lì, nel mezzo della strada, con le guardie di sentinella che lo guardavano da dietro il portone senza avvicinarsi.

Mi fermai davanti a lui.

Lui abbassò la testa verso di me, quel gesto lento che ormai conoscevo.

“Andiamo a casa” dissi.

Capitolo quinto – La strada di casa

Lo ritrovammo allo stesso angolo dove si era staccato da noi, ore prima: Finn, appoggiato al muro con le braccia conserte, con l’aria di chi finge di non essere rimasto sveglio tutta la notte per sapere com’era andata.

“Ha funzionato?” chiese, quando ci vide arrivare.

“Ha funzionato” risposi.

Guardò Hant, poi guardò me, poi guardò di nuovo Hant. “Dorn sarà seccato di non aver avuto parte in questo.”

“Digli che la prossima volta lo invito.”

Finn scoppiò in una risata breve, la prima che gli sentivo fare spontanea e vera. Si raddrizzò dal muro, si passò una mano tra i capelli, poi si ricompose in fretta, quasi in imbarazzo, e tirò fuori dalla tasca qualcosa di piccolo che mi tese.

Era un fischietto di legno, piccolo anche per le mie mani, non più lungo di un dito, del tipo che i ragazzi di città si scambiano per riconoscersi a distanza. Intagliato con cura, con un segno inciso sul lato che non riconobbi.

“È il segno di Dorn” disse. “Se torni in questa città e hai bisogno di qualcosa, mostralo nel quartiere est. Qualcuno ti troverà. Non serve nemmeno che tu riesca a soffiarci dentro: basta che lo vedano.”

Lo presi. Era leggero, lisciato dall’uso.

“Grazie” dissi. “Per il secchio e per il resto.”

“Il secchio era necessario.”

“Lo era.”

Ci guardammo un momento. Poi Finn fece un passo indietro e tornò verso il quartiere est, senza girarsi. Camminava in quel modo specifico di chi conosce ogni pietra della strada sotto i suoi piedi.

Hant aspettò che sparisse dietro l’angolo, poi abbassò la mano verso di me.

Salii.

Il commiato

Hant mi portò fino al margine della foresta, dove la strada aperta finiva e cominciavano gli alberi. Lì si fermò.

Lo sapevo già, che si sarebbe fermato lì. Lo sentivo da come aveva rallentato negli ultimi chilometri, come si rallenta quando ci si avvicina a un punto da cui non si va oltre.

Scesi dalla sua mano e rimasi sul bordo del sentiero, con la foresta davanti e la città dietro le spalle.

Hant si girò verso gli alberi. Le cavità scure dei suoi occhi erano rivolte verso l’interno del bosco, verso il punto da cui era venuto, verso la Quercia Bianca che era molto più in là ma che forse, nella maniera in cui le cose sono connesse sotto il suolo, non era mai stata davvero lontana.

Lo guardai.

Avevo passato otto giorni con questo albero che camminava senza che ci scambiassimo una sola parola. Avevo imparato a leggere l’inclinazione della sua testa, il modo in cui i rami si muovevano quando non c’era vento, la differenza tra il silenzio che significava attenzione e il silenzio che significava accordo.

Non sapevo come si dice addio a un guardiano della foresta.

Alzai il bastone verso di lui. Il gesto che usavamo tra guardiani.

Hant abbassò la testa. Poi fece qualcosa che non aveva mai fatto: sollevò una mano, piano, il palmo inclinato verso di me, e la tenne ferma nell’aria proprio all’altezza del mio viso.

La sfiorai con la punta delle dita.

La corteccia era ruvida e calda, come il legno che ha preso il sole per tutta la mattina.

Poi la mano si abbassò, e Hant si girò, e fece tre passi verso il bosco, e in meno di un minuto fu impossibile distinguerlo dagli alberi intorno a lui.

La foresta lo riaccolse senza rumore.

Rimasi fermo ancora un momento, con la punta delle dita che ricordavano ancora quella corteccia.

Poi mi misi in cammino.

Tra il canto degli uccelli e il crepitio del fuoco

Era una di quelle mattine di primavera che sembrano promettere pace.

L’aria era frizzante, pulita, e gli uccelli si rincorrevano cantando tra i rami vicino alla taverna.

Stavo spazzando il piazzale davanti all’ingresso, facendo scivolare la scopa tra polvere e foglie secche, quando sentii una vocina alle mie spalle.

“Questa è una taverna?”

Mi voltai di scatto, convinto di trovare qualcuno alle spalle. Ma non vidi nessuno.

“È qui che si mangia e si sta al caldo?” riprese la voce, un po’ più decisa.

Non era quella di un bambino. E di certo non quella di un adulto.

Abbassai lo sguardo.

E allora lo vidi.

Un piccolo essere stava fermo poco più in là, appoggiato a un bastone da passeggio che sembrava aver visto molte strade. Indossava un cappello a punta leggermente storto e abiti consumati: pantaloni rattoppati, una maglia scolorita e una giacca troppo grande per lui, ma portata con una dignità che stonava con la sua statura.

Se ne stava lì, immobile, come se avesse imparato da tempo a non farsi notare troppo.

Eppure, nei suoi occhi c’era qualcosa che non avevo mai visto in nessun viandante: calma, e una stanchezza vera.

Lo fissai per un istante, sinceramente stupita. Poi, con tono calmo, risposi:

“Sto aprendo. Il fuoco è acceso nel camino, se vuoi scaldarti…”

Non feci in tempo a finire la frase.

Un soffio leggero, come quando una corrente d’aria muove appena le foglie sul piazzale, mi sfiorò le gambe.

“Se intanto ti va,” aggiunsi d’istinto, “ti porto qualcosa di caldo da bere.”

Davanti a me non c’era più nessuno.

Lo gnomo era già all’interno della taverna, seduto vicino al camino, con le mani tese verso il fuoco. Il bastone appoggiato al muro, il cappello posato accanto, come se fosse sempre stato lì.

Sorrisi appena, scuotendo la testa, e continuai a spazzare il piazzale.

Certe mattine cominciano in modo strano. E spesso, sono le migliori.

Entrai anch’io e, una volta superato l’uscio, mi voltai a osservarlo.

Lo gnomo era seduto vicino al camino, perfettamente in sintonia con l’ambiente che lo circondava. La luce del fuoco gli danzava sul volto mentre restava immobile, assorto a fissare le fiamme. Al collo portava due cose: un cristallo di quarzo che catturava ogni riflesso del fuoco, e un ciondolo con una gemma verde, appeso di traverso sul petto con la cordicella spezzata, troppo grande perché ci si potesse chiudere una mano sola intorno.

Non era come gli altri viandanti.

Mi avvicinai senza fare rumore, con una tazza fumante tra le mani e un piccolo piatto di biscotti sfornati la sera prima. Posai la tazza davanti a lui e, accanto, i biscotti.

“Scaldano più di quanto sembri” dissi, accennando un sorriso.

Lo gnomo non reagì subito. Restò ancora un attimo a fissare le fiamme. Poi, lentamente, si riscosse e alzò lo sguardo verso di me, con l’espressione di chi torna indietro da lontano e, per un istante, non capisce dove si trova.

Solo allora i suoi occhi scivolarono sulla tazza fumante, e infine sui biscotti. Inspirò
piano.

“Li ho fatti ieri sera,” aggiunsi con tono tranquillo, “con alcuni frutti di bosco raccolti in giornata.”

Un sorriso appena accennato gli sfiorò il volto.

Attesi qualche istante, poi domandai:

“Cosa porta uno gnomo, tutto solo, così lontano da casa?”

Lo gnomo rimase in silenzio ancora un momento. Portò lentamente la tazza tra le mani, lasciando che il calore gli scaldasse le dita, poi parlò.

La sua voce era bassa, quasi un bisbiglio.

“Alcune decisioni,” disse piano, “non si prendono davanti al fuoco, né in mezzo alla gente.”

Abbassò lo sguardo verso la tazza fumante.

“Ho seguito qualcosa che non potevo ignorare.”

Sfiorò con le labbra il bordo della tazza, respirando il calore, poi aggiunse:

“Ho riportato indietro ciò che non doveva essere portato via.”

Fece una breve pausa.

“Un’amicizia. E la possibilità per una famiglia di superare l’inverno.”

Per un istante tacque. Il fuoco crepitò, come se stesse ascoltando.

“E c’è dell’altro,” concluse infine. “Qualcosa che non si può raccontare.”

Sollevò lo sguardo verso di me. Non chiedeva approvazione. Solo silenzio.

Mi allontanai e tornai al bancone. Di tanto in tanto lo osservavo. Era ancora lì, seduto vicino al camino, immerso nei suoi pensieri mentre fissava il fuoco. Sorseggiava lentamente la bevanda calda e, a tratti, stringeva i pugni con forza.

Poi arrivarono altri avventurieri. Voci, passi, richieste. Il lavoro mi prese completamente.

Quando finalmente alzai lo sguardo, lo gnomo non era più al camino.

Aveva portato il piatto e la tazza sul bancone ed era fermo proprio dietro di me.

“Posso pagare in nocciole?” chiese, con la serietà di chi pone una domanda importante, e infilò una mano nella sacca che portava alla cintura. Ne tirò fuori un sacchetto di tela grande quanto uno dei miei pugni, con uno sforzo che per un istante gli incurvò le spalle, il peso tornato reale proprio mentre lo estraeva. Lo posò a terra,
ansimando appena.

Non mi stavo ancora girando quando lo sentii ripetere, un po’ più deciso:

“Devo pagare. Posso pagarti in nocciole?”

Mi voltai. Era lì, fermo, il sacchetto ai suoi piedi. Mi inginocchiai davanti a lui, per non parlargli dall’alto.

“Le nocciole vanno benissimo” dissi. “Ma quello che hai già mangiato è un regalo, non un conto da saldare.”

Non rispose subito. Guardò il sacchetto, poi me, poi di nuovo il fuoco. Aveva le spalle di chi ha camminato più di quanto le gambe potessero reggere, e gli occhi di chi non dorme bene da qualche notte.

Non dissi altro. In una locanda si impara presto che certe persone parlano solo quando il silenzio dura abbastanza da sembrare sicuro.

Lo aiutai a sedersi sullo sgabello vicino al bancone. Rimase lì, le mani intorno alla tazza, per il tempo che serve a un fuoco a consumare un ciocco intero.

Poi parlò.

“È una lunga storia” disse piano.

“Avevo deciso di aiutare un amico.”

Il racconto

Talls cominciò dall’inizio, quella mattina sul limitare della foresta, la rugiada tra i rami, l’odore del ruscello dove si era lavato. Lo ascoltai senza interromperlo, con il bancone tra le mani e la locanda che si svuotava lentamente intorno a noi.

Raccontò i banditi, il ragazzo a terra. Quando arrivò al ciondolo strappato dal collo del suo amico, le dita gli si strinsero intorno alla tazza fino a sbiancare sulle nocche, e per un momento smise di parlare. Riprese con la voce un po’ più bassa. Raccontò la Quercia Bianca e il crepitio sordo che era venuto dal suolo. Raccontò Hant, la trasformazione, le radici che si staccavano dalla terra.

“Un albero” dissi, piano.

“Un guardiano” corresse lui. Con quella voce di chi fa differenza tra le cose.

Raccontò gli otto giorni di viaggio, il bambino della locanda che aveva detto che era il cespuglio più grande che avesse mai visto, il fiume e la mano grande come un tavolo che lo aveva portato sull’altra sponda. Mentre raccontava, qualcosa cambiò nel suo volto. Non i tratti, ma la tensione che li teneva chiusi. Come quando una corda si allenta di un mezzo giro.

Si stava alleggerendo.

Raccontò la città, il rumore, l’odore, il mercato con la sua foresta di stivali che non seguiva nessun sentiero. I ladri che lo avevano seguito, la fuga, i quattro che lo inseguivano tra i vicoli. Qui si fermò un momento, e qualcosa nel suo sguardo divenne ironico.

“Stavo per farcela” disse.

“E invece?”

“Un secchio.”

Rimasi ferma.

“Un ragazzo ha fatto il giro lungo. Io mi ero fermato a ridere perché gli altri erano messi male. Ha preso il secchio dalla fontana e me lo ha calato sopra.”

Abbassai la testa per nascondere il sorriso. Non ci riuscii del tutto.

“Non è divertente” disse Talls.

“No, certo” dissi.

Raccontò Dorn e i suoi, il codice dei ladri, la differenza tra loro e i banditi della fattoria. Raccontò Finn, il sacchetto con gli strumenti, il modo in cui gli altri glieli avevano dati senza voler ammettere che ci tenevano. Raccontò la notte nella locanda del Cinghiale, il pavimento di legno su cui camminava cercando i punti giusti, la tavola che aveva cigolato, i trenta secondi immobile nel buio con il fiato sospeso. Lo disse guardando il fuoco, non me, come se in quel momento fosse ancora lì, sul pavimento di legno, ad ascoltare se qualcuno si fosse svegliato.

Il ciondolo nella tasca della giacca.

Quando arrivò a questo punto della storia, aprì le braccia che fino a quel momento avevano tenuto il ciondolo abbracciato contro il petto, lasciandolo scoprire alla luce del fuoco. La gemma verde catturò il riflesso delle fiamme e la tenne un momento, come se valutasse se restituirla.

“Domani lo riporto al ragazzo” disse. Poi lo strinse di nuovo contro il petto.

Raccontò Hant che aspettava fuori dalla città, i banditi immobilizzati nelle sue radici, la guardia di sentinella che aveva visto Hant e aveva richiuso la porta. Raccontò il capitano Arveth, il registro delle taglie, la stretta di mano verso il basso.

Poi si fermò.

Guardò le fiamme ancora un momento.

“Al margine della foresta” disse, e per la prima volta quella sera la voce non gli uscì ferma. “Prima di entrare nel bosco. Hant si è fermato.”

Tacque.

Non aggiunsi niente. Certe cose si raccontano e poi si lasciano lì, nel crepitio del fuoco, senza che nessuno le interpreti.

Aveva finito.

Il druido

Fu allora che una voce arrivò dall’angolo più buio della locanda.

“Scusa l’intrusione.”

Non l’avevo visto entrare. Non ero nemmeno sicura di quando fosse arrivato: era lì, seduto a un tavolo vicino alla finestra, con davanti una tazza che fumava ancora, come se fosse entrato abbastanza in fretta da non averla finita. Aveva un mantello verde scuro, logoro alle spalle, con un orlo che raccontava di anni di sentieri fatti con
qualsiasi tempo. I capelli erano bianchi e lunghi, raccolti con un laccio di cuoio alla nuca. Le mani, poggiate sul tavolo, erano quelle di un uomo vecchio ma con un vigore specifico nelle nocche, il tipo che viene da anni di lavoro preciso.

Sulle spalle portava qualcosa che si mosse.

Non fu il mantello. Fu qualcosa sotto il mantello, sul lato sinistro, che emerse appena da sotto il colletto: una testa piccola, con due occhi neri e vivaci e una coda folta che si arrotolava e si distendeva con pazienza.

Uno scoiattolo.

Talls si girò di scatto. Rimase immobile per un secondo, poi qualcosa nel suo volto cambiò.

Lo scoiattolo saltò dal mantello dell’uomo, atterrò sul bordo del bancone con la precisione di chi sa già dove atterrerà, e corse fino allo sgabello di Talls. Si fermò davanti a lui, dritto sulle zampe posteriori, e fece un verso breve, quasi interrogativo.

Talls aprì la mano. Lo scoiattolo ci salì sopra, si sistemò, e rimase fermo.

Lo guardai, e vidi Talls fare lo stesso, prima di alzare gli occhi verso l’uomo nel mantello verde.

L’uomo si alzò lentamente, con la cura di chi conosce i propri giunti dopo tanti anni, e si avvicinò al bancone. Si fermò a distanza rispettosa, non troppo vicino, e abbassò la testa verso lo gnomo in un gesto che sembrava antico e sincero.

“Mi chiamo Sael” disse. “Ho sentito la tua storia.” Una pausa. “Non tutta. Sono arrivato al punto del capitano delle guardie.”

“Hai ascoltato senza presentarti” disse Talls. Non era un’accusa. Era una constatazione.

“Hai ragione. Chiedo scusa. Non capita spesso di sentire qualcosa che vale la pena ascoltare fino in fondo.” Sael posò la tazza sul bancone con gesto misurato. “Conosco la Quercia Bianca. Non di persona, le querce bianche non ricevono chiunque. Ma so cosa fa, e so cosa significa che abbia mandato Hant con te.”

Talls non rispose subito. Guardava lo scoiattolo che gli camminava sulla mano con
passo tranquillo.

“Cosa vuoi?” disse alla fine.

“Offrirti qualcosa. Non per te, anche se potrebbe servirti.” Sael incrociò le mani davanti. “Il ragazzo di cui hai parlato. Quello con il ciondolo. Hai detto che pensavi potesse diventare un guardiano.”

“L’ho detto tra me e me.”

“La foresta sente quello che diciamo tra noi e noi.”

Silenzio.

“Sono vecchio” disse Sael. “Ho ancora conoscenze che vorrei trasmettere prima che vadano perse. Ho viaggiato tutta la vita e non ho trovato molti disposti a imparare nel modo giusto.” Guardò lo scoiattolo, che nel frattempo era tornato a sedersi sulla spalla del druido. “Il tuo animale guida mi conosce. Ha parlato bene di me, suppongo,
o non staresti ancora qui ad ascoltarmi.”

Talls guardò lo scoiattolo.

Lo scoiattolo si grattò l’orecchio con una zampa posteriore, poi rimase fermo. Era, nei limiti di quello che uno scoiattolo sa comunicare, un gesto di conferma.

“Verrei con te” disse Sael. “Fino alla fattoria. Parlerei con il ragazzo, con i suoi genitori se vogliono. Non impongo niente. Se il ragazzo non vuole, torno per la mia strada.”

“E se vuole?”

“Allora ho ancora qualcosa da fare, prima che questi vecchi piedi si fermino.”

La locanda era quasi silenziosa. Il fuoco crepitava. Fuori, qualcuno stava caricando un carro con gesti lenti da chi comincia il lavoro del mattino.

Talls rimase fermo per un lungo momento.

Poi allentò di nuovo la presa sul ciondolo, lo guardò, lo strinse ancora contro il petto.

“Partiamo domani” disse. “Al mattino.”

Sael annuì, quel gesto antico e misurato. “Al mattino.”

Si girò verso di me.

“Posso restare per la notte?”

“C’è una stanza al secondo piano” risposi. “La seconda porta a sinistra.”

Sael prese la tazza, ringraziò con un cenno, e tornò al suo tavolo vicino alla finestra. Lo scoiattolo lo seguì, saltando da sgabello in sgabello con quella precisione disinvolta che avevano i piccoli animali quando conoscono un posto anche se ci sono stati solo una volta.

Rimasi sola al bancone con Talls.

Lo gnomo guardava il fuoco, con il ciondolo di nuovo stretto contro il petto e il cristallo di quarzo che catturava l’ultimo riflesso delle fiamme.

Non sembrava più lo stesso essere esausto che era entrato quella mattina con i piedi fangosi e un sacchetto di nocciole come unica moneta. Teneva le spalle un po’ più dritte. Il respiro gli usciva più lento, più largo, come a chi hanno appena tolto di dosso un peso che portava da troppo tempo senza accorgersene più.

“Le nocciole” disse, all’improvviso.

“Cosa?”

“Il pagamento. Le nocciole.” Si girò verso di me. “Hai già risposto alla domanda prima che la facessi, prima. Quando hai detto di portarti qualcosa di caldo. Non aspettavi niente in cambio.”

“Neanche tu ne hai avuto bisogno per aiutare il tuo amico.”

Talls mi guardò un momento.

Poi abbassò la testa, quel gesto che avevo visto fare anche a qualcun altro, quella sera, e fece sparire il sacchetto di nocciole nella sacca alla cintura.

Il fuoco crepitò ancora una volta.

La mattina poteva aspettare.

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