Le ali del destino, quando i guai ti aspettano dietro ogni albero
Una storia del mondo fatato
Finalmente, dopo tante giornate di pioggia, il sole era tornato a splendere. La taverna, al termine di una lunga giornata, era gremita di avventurieri in cerca di ristoro e divertimento. La maggior parte dei tavoli erano occupati, e un vivace vociare, fatto di canti e bisbigli, si diffondeva in ogni angolo delle mura.
Le finestre che davano sulla strada non erano così buie, nonostante fosse notte, grazie alle torce accese e alla luce della luna. Mentre osservavo la luna, notai un piccolo essere che spiava da una delle finestre, muovendosi da una all’altra con curiosità, come se cercasse qualcosa o qualcuno.
Dopo aver servito del buon vino elfico a un fabbro habitué della taverna, mosso dalla curiosità verso quella creatura che brillava alla luce lunare, mi avvicinai alla porta per scoprire di chi si trattasse.
Ma appena l’aprii, la figura si precipitò dentro con una velocità incredibile, scomparendo prima che potessi fermarla. La mia mente subito pensò a uno di quei fastidiosi spiritelli volanti che potevano solo causare scompiglio nella mia taverna.
Guardai dentro nella sala e rimasi sorpreso nel vedere una piccola fata con ali scintillanti che emettevano una delicata luce bianca, come quella della luna. Volava sopra le teste degli avventori, osservandoli attentamente, come se cercasse qualcuno in particolare.
Mi avvicinai con cautela e le chiesi con voce calma: “Posso offrirti qualcosa, piccola fata? Forse potresti dirmi chi stai cercando.”
La fata si girò verso di me, fece spallucce e, con lo sguardo basso, mi si avvicinò. Proprio in quel momento, il suo stomaco emise un lamento, chiaro segno di una fame profonda.
“Vieni al balcone, ti darò qualcosa da mangiare,” le dissi.
Mentre si accomodava sul balcone, andai in cucina a prendere uno stufato di verdure caldo che avevo preparato in previsione dell’arrivo di qualche elfo. Le porgevo il piatto e le versai dell’idromele in un piccolo bicchiere da grappa.
Forse non si era ancora resa conto di quanto avesse fame, perché appena il suo stomaco emise un altro lamento, esibì un’espressione di sorpresa e si lanciò sul cibo, mangiando con voracità.
Mentre la osservavo mangiare, mi chiese timidamente: “Non hai visto per caso un ragazzo con un’armatura di pelle e un ciondolo a forma di quadrifoglio?”
Con voce calma, risposi: “Qui di avventurieri con armature di pelle ne arrivano molti, ma non ricordo di averne visto uno con un ciondolo come quello che descrivi. Perché lo cerchi?”
A questa domanda, la fata esitò un momento prima di raccontare la sua storia: “Beh, vedi, lui mi ha salvato la vita ed è stato molto gentile. Gli devo molto e vorrei aiutarlo.”
Raccontò di come, alcune settimane prima, era andata al confine del bosco fatato con il nostro mondo per raccogliere delle fragole.
“C’era la grande festa delle fate e volevo preparare qualcosa. Adoro le fragole di bosco,” disse con un sorriso.
“Era una di quelle mattine nel bosco fatato dove ogni passo sembra un’avventura festosa. Ero già stata lì, in quel luogo incantato, dove sapevo di poter trovare sia more che fragole di bosco, le mie preferite, ma era al confine del nostro e vostro mondo” disse la fata, i suoi occhi scintillanti esprimendo tutta la gioia per le delizie che poteva trovare. Mentre descriveva quella fresca mattina, il suo viso si illuminò di un’aura magica. “E poi, c’era quell’odore di gelsomino, così particolare, forte e seducente. Quasi ipnotizzante, direi. Potrei tranquillamente vivere in una pianta di gelsomino” rise con leggerezza, poi si fermo un attimo e disse: “Ehm sto divagando….”.
Riprese con tono più serio: “Ma ecco, mentre seguivo quel profumo incantevole, mi sono imbattuta in una piccola pianta di gelsomino in fiore, nascosta in una radura. Ero così assorta nel suo profumo che non ho notato la rete finché non era troppo tardi.” La sua voce tremava leggermente nel ricordare come un uomo dall’odore sgradevole l’avesse catturata e gettata in una piccola gabbia. “Ero terrorizzata, le mie ali tremavano come foglie al vento e non riuscivo a emettere suono alcuno.”
Riprese a raccontare con voce più bassa, quasi un sussurro. “Quell’uomo folle parlava da solo, rivolgendosi a un padrone invisibile. Diceva, ‘Ora il mio padrone sarà contento di avere qualcosa di prezioso, sicuramente mi darà una bella ricompensa per questa fata’.” Si fermò un attimo, avvolgendosi le braccia intorno come per scacciare un brivido invisibile.
“Dietro i cespugli, potevo solo sentirlo mentre frugava tra le foglie, cercando chissà che cosa. Nel frattempo cercavo di sforzarmi di rilassarmi e trovare un modo per scappare ma ecco che lo vidi tornare”.
La sua voce era carica di tensione mentre descriveva il ritorno dell’uomo, il suo cuore che riprendeva a battere forte dalla paura.
“Non riuscivo a vederlo bene, ma ho visto che aveva un cesto in mano mentre si muoveva attorno al cavallo.”
Con un sospiro, continuò: “L’orrore mi avvolgeva come un mantello gelido. Ero pietrificata dalla paura, incapace di pensare a una via di fuga. Con disperazione, tentai di aprire la porticina della gabbia, ma ogni mio sforzo si rivelava vano.”
All’improvviso la voce dell’uomo riecheggiò in modo minaccioso all’interno della mia prigione: “Stai ferma, stupida fata, e non cercare di scappare, o ti farò alla brace e ti mangerò in un sol boccone”.
Rideva di me con un ghigno spietato. “Chissà che sapore hai, ah ah ah!”
Coprendo la gabbia con un panno grezzo, mi privò della vista, lasciandomi sola con la mia crescente angoscia.
Sentii il peso di quel mostro gravare sulla sella del cavallo, e poi iniziammo a muoverci verso una destinazione sconosciuta e minacciosa.
La gabbia dondolava al ritmo del passo del cavallo. Con ogni movimento brusco, il mio piccolo corpo veniva scosso violentemente. La nausea e il capogiro si impadronirono di me, un tormento che sembrava non finire mai.
La corsa frenetica del cavallo cessò improvvisamente quando sentimmo delle voci autoritarie fermarci: “Si fermi e ci dica dove sta andando, ha qualche carta che autorizza a stare da queste parti?” La fermezza di quelle voci suggeriva che appartenevano a esseri di grande potere.
L’uomo puzzolente esitò per un istante, poi rispose con un tono servile: “Sono al servizio di Lord Saled e mi ha detto lui di venire da queste parti.”
Sentii il fruscio di carta vicino alla gabbia, mentre cercava di trovare qualche documento.
“Questa è la carta che mi ha dato se vengo fermato”.
Dopo un lungo silenzio uno degli esseri disse: “Il sigillo sembra autentico, sarà meglio che non perda questa carta. È proibito stare tra questi boschi.”
Il rapitore rispose con deferenza “Certamente signori guardie, staro molto attento”.
Il suo modo di parlare mi fece rabbrividire. Che tipo di creatura poteva essere così meschina?
Riprendemmo il viaggio, fortunatamente a un passo più lento. La sua voce, ora più cupa, continuava a parlare a se stesso: “Devo trovare un posto dove mangiare e stare al caldo, quelle nuvole lontane non promettono nulla di buono.”
Il viaggio proseguì per ore interminabili. Nonostante il mio stato di debolezza, cercavo di raccogliere le mie forze.
Sentivo voci indistinte in lontananza, segno che eravamo vicini a qualche insediamento umano. L’uomo scese da cavallo, e sentii il suo passo pesante allontanarsi.
Tentai nuovamente di aprire la gabbia, ma mi feci male alle mani e, demoralizzata, mi accasciai sul fondo della gabbia. Se solo avessi potuto chiamare aiuto… ma a chi? Non conoscevo nessuno in quella zona.
Un pensiero attraversò la mia mente: “Forse ci sono i centauri, loro viaggiano molto, potrei fare un loro richiamo.” Iniziai a gridare aiuto nella loro lingua, ma senza alcuna risposta. Ero sola, impaurita, e affamata, senza sapere cosa fare.
Sentii dei passi leggeri e cauti avvicinarsi al cavallo, seguiti dal rumore di qualcuno che frugava tra le sue borse. Poi, la luce filtrò improvvisamente nella mia gabbia quando il telo fu sollevato. Davanti a me c’era un ragazzo, con lentiggini sparse sul viso e capelli rossi come le fiamme d’autunno. I suoi occhi mi fissarono intensamente per un momento, poi con un gesto rapido abbassò di nuovo il telo e prese la gabbia, allontanandosi dal cavallo con movimenti furtivi. Sentivo i suoi passi accelerare, poi correre veloci come se fosse inseguito. Mi aggrappai alle sbarre, cercando di mantenere l’equilibrio mentre venivo sbattuta avanti e indietro.
Dopo un po’, il suo passo rallentò e l’aria si riempì del profumo di muschio: eravamo in un bosco. Sentii il rumore di una porta che si apriva e poi la gabbia fu posata delicatamente a terra. Ci fu il tonfo di una porta che si chiudeva.
Un barlume di speranza nacque in me. “Forse ora mi libererà,” pensai, il cuore palpitante di speranza.
Sentivo i passi leggeri del ragazzo muoversi nella stanza, ma non riuscivo a capire cosa stesse facendo. Poi, il rumore di legno contro legno interruppe il silenzio. Dopo un breve attimo, lo sentii avvicinarsi alla gabbia. Si chinò e tirò via il telo, permettendomi di vederlo meglio.
Era un ragazzo di bell’aspetto, con un’armatura di pelle leggermente rovinata e capelli rossi un po’ lunghi che incorniciavano un viso pieno di lentiggini. Si inginocchiò davanti a me, e accanto a lui c’era una borsa che somigliava a quelle dell’uomo che mi aveva catturata.
Con un’espressione di curiosità, mi chiese con voce giovane e incerta: “E tu chi sei? Anzi, cosa sei?”
Prendendo coraggio, risposi con voce tremante: “Mi chiamo Verdelia, sono una fata.”
Lo guardai negli occhi, cercando un barlume di comprensione, e chiesi a mia volta: “E tu, chi sei?”
Con un tono carico di tristezza, mi rispose: “Sono solo un povero ragazzo di paese, il mio nome è Darius.”
Ci avvolse un silenzio carico di emozioni non dette. Non sapevo cosa altro aggiungere, e lui aprì la borsa che aveva appena posato a terra. Ne tirò fuori dei frutti di bosco e iniziò a mangiare con avidità, come se non avesse visto cibo da giorni. La vista di quel cibo fece rumoreggiare il mio stomaco affamato.
Sorpreso, mi guardò e chiese: “Hai fatto tu quel rumore?”
“Già, sono affamata,” risposi io, sperando in un gesto di gentilezza.
Dopo un attimo di esitazione, estrasse una manciata di frutti e li mise nella gabbia, aprendo la porticina. Mi precipitai sul cibo senza nemmeno pensare che avrei potuto scappare.
Mentre lui continuava a mangiare, i rumori del bosco ci raggiunsero: fruscii e rami che si spezzavano. Darius corse alla finestra e, con uno sguardo preoccupato, chiuse la gabbia e mi nascose in un angolo buio. Estrasse una lama e si posizionò vicino alla porta chiusa.
Sentimmo dei passi avvicinarsi e un’ombra si stagliò sul pavimento della stanza. Qualcuno o qualcosa scrutava attraverso la finestra, poi si spostò verso la porta, cercando di aprirla senza successo. Sentii i passi fare il giro della casa.
Un brivido di paura mi percorse la schiena.
I passi si allontanarono, lasciando Darius e me soli in quella stanza avvolta nel mistero. Il ragazzo si lasciò cadere a terra, le gambe incrociate, fissando intensamente la spada che teneva tra le mani. La lama, più corta di quelle usate dai centauri del bosco fatato, aveva un’impugnatura con una gemma rosso scuro e delicate incisioni arcane appena visibili che le conferivano un’aria di mistero e potenza.
Il silenzio della stanza era così profondo che ogni piccolo rumore sembrava echeggiare. Darius spezzò quel silenzio con parole cariche di urgenza: “Devo andarmene, questo posto non è sicuro.”
Non sapevo se rispondere o rimanere in silenzio, ma poi si girò verso di me, i suoi occhi carichi di domande: “Tu cosa vuoi fare? Vieni con me?”
Le sue parole mi mandarono in confusione. Andare con lui? Ma cosa significava? Sentivo il bisogno di tornare al mio amato bosco fatato, ma come avrei potuto lasciare quel ragazzo in quel momento di pericolo?
Darius appariva visibilmente turbato, come se fosse un estraneo in quel luogo, un’anima persa lontana da casa.
“Devo tornare al bosco fatato,” dissi con un filo di voce. “Mi ha catturata e mi ha portato qui, lontana da tutto ciò che conosco. Non posso rischiare di vagare in luoghi sconosciuti; per me sarebbe troppo pericoloso.”
I suoi occhi mi scrutavano intensamente, cercando di leggere ogni mia emozione, mentre le sue mani si stringevano in segno di ansia crescente. Il suo volto, prima aperto e curioso, si fece serio e pensieroso. Poi, con un movimento quasi impercettibile, abbassò lo sguardo e si avvicinò alla finestra, come se cercasse risposte nel panorama che si stendeva oltre il vetro.
Rimasi lì, confusa e perplessa. Perché aveva reagito così? Non avevo detto nulla che potesse offenderlo, o forse sì? La mia mente correva, cercando di trovare un modo per aiutarlo, per lenire quel turbamento che lo opprimeva. “Forse con uno degli incantesimi che ho imparato,” pensai. Ma nonostante ripensassi a tutte le magie che conoscevo, non riuscivo a trovare nulla che potesse essere d’aiuto in quel momento.
Spinta da un impulso spontaneo, gli chiesi: “Darius, qualcosa non va? Non stai bene?” La mia voce era carica di preoccupazione sincera.
Dopo un breve silenzio, durante il quale sembrò ignorare completamente la mia domanda, si girò verso di me con uno sguardo penetrante e chiese: “Tu sai tornare al bosco fatato?”
Mi misi a riflettere intensamente, ma la verità era che non avevo idea di come tornare. Avevo solo vaghi ricordi di rumori e odori, ma nulla di concreto. “No, temo di no,” risposi con un filo di voce. “Ho solo qualche indizio su come tornare, ma credo che dobbiamo dirigerci a nord, ne sono abbastanza certa.”
Il suo tono si fece allarmato e nervoso: “Perché proprio a nord? Ci sono tante strade che portano a nord.” La sua domanda mi colse di sorpresa.
In quel momento, si avvicinò alla mia gabbia e la aprì con gesti decisi. Proprio mentre mi liberava, un colpo violento alla porta ci fece sobbalzare entrambi. Il rumore di legno che si rompeva riecheggiò nella stanza, segno inequivocabile che qualcosa o qualcuno stava cercando di entrare con forza.
Darius e io ci scambiammo uno sguardo carico di paura mentre osservavamo la porta. Grosse fessure si erano aperte, come ferite inflitte da una forza immane che aveva quasi ridotto la porta in frantumi.
In un lampo di azione, Darius mi afferrò e mi trasportò velocemente dall’altra parte della stanza. Con mani tremanti, sollevò un’asse di legno nascosto sul pavimento e mi infilò in un angusto spazio sottostante, chiudendo l’asse sopra la mia testa. Il mio cuore batteva all’impazzata mentre mi ritrovai immersa nell’oscurità.
Un altro colpo violento squarciò il silenzio, seguito dal fragore del legno che crollava. Qualcuno o qualcosa aveva sfondato la porta con una forza devastante. I passi pesanti e lenti riecheggiavano nella stanza, annunciando l’arrivo di un intruso inquietante.
Potevo sentire la voce roca di una vecchia, impregnata di malizia e minaccia: “Quel ragazzo è stato qua, sento il suo odore ancora forte, mi è sfuggito ancora una volta.” La sua voce instillava un senso di profonda inquietudine.
“Ma cosa è questo odore, non era solo. Viene aiutato da qualche d’uno. Odore di edera?” Le sue parole erano un freddo coltello sulla mia pelle, facendo contrarre il mio stomaco e percorrere un brivido lungo la mia schiena. Come poteva conoscere il mio odore? Chi era questa oscura figura?
Sentivo i suoi passi avvicinarsi, sempre più vicini, come se avesse intuito il mio nascondiglio. Ero a un passo dall’essere scoperta, quando un rumore improvviso alla finestra deviò la sua attenzione. La figura corse alla finestra e poi uscì, allontanandosi in fretta verso il bosco.
Ero salva, per ora. La distrazione aveva funzionato, ma non potevo abbassare la guardia. Con un respiro profondo, raccolsi il coraggio necessario e spinsi l’asse che mi sovrastava. Era sorprendentemente leggero. Alzandolo, mi affacciò cautamente nella stanza.
Vidi qualcosa di grande e immobile nel centro della stanza. Una figura umanoide fatta di roccia, immobile come una statua. Mi chiesi se fosse viva o solo un simulacro.
Non potevo indugiare. Spalancando l’asse, uscii dal nascondiglio e, con tutte le forze nelle mie ali, mi lanciai in volo verso la libertà. Mentre volavo via, mi nascondetti tra il folto fogliame di un albero, il cuore ancora in tumulto per la paura e l’adrenalina della fuga.
Mentre mi nascondevo tra il fogliame, ripetevo a me stessa come un mantra: “Non uscirò più dal bosco fatato, per nessun motivo.” Il paesaggio collinare che mi circondava era un quadro vivente di verdi ondulazioni e, in lontananza, le maestose montagne verso nord mi indicavano la direzione da seguire.
“Che giornata,” sospirai, riflettendo sulla serie di sventure che mi avevano colpita. La speranza di tornare presto a casa mi dava forza.
Ripresi a volare verso nord, quando un grido straziante squarciò il silenzio del bosco, facendo spaventare e volare via tutti gli uccelli nelle vicinanze. Mi diressi verso la fonte del suono e, tra gli alberi, intravidi una scena che mi gelò il sangue nelle vene: una figura avvolta in una lunga veste con cappuccio si avvicinava minacciosamente a una persona distesa a terra.
Con un misto di sorpresa e orrore, riconobbi il ragazzo che mi aveva salvato, Darius, steso immobile. La figura sinistra, senza toccarlo, lo sollevò da terra con un gesto della mano e lo fece levitare al suo fianco. Sul terreno luccicava qualcosa: era la spada di Darius.
Sentii l’urgenza di agire, nonostante il rischio di cacciarmi nei guai. Volai verso la spada caduta e, senza esitare, la afferrai. Nel momento in cui la toccai, una calda fiamma e una voce mi parlarono. Era lo spiritello del fuoco intrappolato nella lama, implorando il mio aiuto. “Non ho più energia, sono debole,” sussurrava la voce.
Richiamando le arti magiche apprese dalla mia maestra, evocai un piccolo fuoco magico sulla lama per rinvigorire lo spiritello. La sua connessione con la grande fiamma madre era stata interrotta, ed era in pericolo di vita. La mia magia sembrava funzionare: la fiamma sulla lama crebbe, diventando un’incandescente sfera di fuoco che si riversò nella gemma della spada.
“Grazie, avevo bisogno di questo. Ora sono di nuovo collegato con la grande fiamma madre. Ti devo la vita,” disse lo spiritello con un tono di gratitudine.
La gemma sulla spada ora brillava di un intenso rosso fuoco. “Forse puoi aiutarmi,” sussurrai. “Un ragazzo è stato catturato da una figura malvagia e lo sta portando via.”
La gemma vibrò di una luce rossa e la voce dello spiritello, ora più forte, mi rivelò: “Quella figura è una strega malvagia del nord, che rapisce i giovani per nutrirsi della loro energia.”
La realizzazione del pericolo che Darius correva mi colpì come un fulmine. “Devo agire in fretta, prima che sia troppo tardi,” pensai, mentre lo spiritello del fuoco nella spada mi spronava all’azione: “Ti posso aiutare, prendimi, farò in modo che non peso per te, portami dal ragazzo.”
Afferrai la spada, stupita dal suo peso leggero come una piuma, e volai rapidamente verso la direzione in cui avevo visto la strega dirigersi. Il cuore mi batteva forte nel petto, un misto di paura e determinazione.
Arrivai in una radura dove la scena che si presentò davanti ai miei occhi era da incubo. Darius giaceva a terra, immobile, mentre la strega, avvolta nel suo mantello oscuro, tracciava un cerchio rituale sul terreno, circondato da oggetti sinistri, tra cui un teschio che sembrava fissarmi. Stava compiendo un rito per rubare l’energia vitale di Darius.
Battendo le ali con tutta la forza che avevo, mi precipitai verso di loro. Ogni secondo contava. La spada in mano, sentii le incisioni sulla lama illuminarsi di una luce azzurra vibrante, un segno che lo spiritello del fuoco stava riacquistando la sua potenza.
A pochi metri da terra, lanciò la spada verso Darius, che in quel momento stava iniziando a muoversi, come se la luce della lama lo avesse risvegliato da un incantesimo. Con uno sforzo sovrumano, si sollevò e afferrò la spada proprio mentre la strega stava per colpirlo con la sua magia oscura.
In un attimo, la scena si trasformò in un vortice di luce e fuoco. Darius, con un grido di sfida, colpì la strega con un colpo deciso. La strega, colpita dalla lama incantata, prese fuoco istantaneamente, trasformandosi in una torcia umana. In pochi secondi, tutto ciò che rimase di lei furono solo ceneri nere che il vento disperse nella notte.
Darius rimase immobile per un momento, con lo sguardo fisso sulle ceneri che un tempo erano state la strega, poi si voltò verso di me. “Grazie,” disse con voce carica di gratitudine e stupore.
Sul terreno giaceva una piccola borsa di stoffa, appartenuta alla strega. Al suo interno trovammo un anello magico, monete d’oro e un libro con simboli arcani sulla copertina, oltre a vari oggetti che probabilmente erano stati sottratti a sventurati avventurieri caduti nella sua trappola.
Quella sera, seduti davanti a un fuoco e condividendo del cibo preso in locanda, parlammo a lungo. Darius mi raccontò di come la strega lo avesse ingannato per allontanarlo dal suo villaggio e di come, per fortuna, fosse riuscito a evitare di cadere nella sua trappola. Da quel momento in poi, aveva iniziato una fuga disperata, fino a quando non ci eravamo incontrati.
Mentre sedevamo davanti al fuoco, Darius mi raccontò con voce emozionata come aveva ingegnosamente distratto la strega, attirando la sua attenzione su di me. “Ero così vicino alla libertà,” disse con un tono carico di rimpianto, “ma poi, nella fretta, sono inciampato in un corpo di un uomo sdraiato per terra, orribilmente puzzolente.” Le sue parole erano cariche di disgusto. “In quel momento, la strega mi ha raggiunto, era così vicina da poter sentire il suo alito freddo sulla mia nuca.”
Il giorno dopo, Darius mi accompagnò al mio bosco fatato. Grazie alla guida dello spiritello del fuoco, il cui bagliore rosso illuminava il nostro cammino, riuscimmo a trovare la strada senza problemi. La foresta sembrava accoglierci, i suoi alberi sussurravano storie antiche mentre procedevamo tra i suoi sentieri nascosti.
Prima di separarci, ci promettemmo di rivederci in questa locanda. Tuttavia, come spesso accadeva, mi ero cacciata di nuovo nei guai e arrivai con due giorni di ritardo all’appuntamento. “Uffa, penserà che l’ho abbandonato e che non mantengo le mie promesse,” sospirai, guardando il piatto vuoto davanti a me, il cuore colmo di rimpianti.
Io scossi la testa e ripresi le mie faccende da oste.
Mentre pulivo i bicchieri della birra, la porta si aprì improvvisamente, e un ragazzo che corrispondeva esattamente alla descrizione di Verdelia entrò.
Mi avvicinai a lei, che sembrava persa nei suoi pensieri. “Ma non è per caso che quel ragazzo sia il tuo amico?” le chiesi con un sorriso.
Lei si girò di scatto, e senza proferire parola, volò verso di lui. Il loro incontro fu un momento di pura magia, come se due anime perdute si fossero finalmente ritrovate.
I due amici si sedettero a un tavolo appartato e parlarono per ore, raccontandosi le loro avventure.
“Quei due faranno sicuramente grandi cose insieme,” pensai, osservandoli con un misto di ammirazione e curiosità.
Dalle voci che giravano, avevo sentito dire che si erano uniti a un gruppo di avventurieri e avevano salvato la vita a un principe.
Commenti dell’autore:
Questa storia è nata da una piccola idea, in fin dei conti tutti possono diventare degli eroi e non sempre siamo noi a cercare le avventure, queste possono venire da noi e come spesso accade noi non siamo pronti.
Questa storia non è solo un intreccio di magie, inseguimenti e creature oscure. È il racconto di due anime diverse che si incontrano per caso, e da quell’incontro scoprono qualcosa che va oltre il semplice debito di riconoscenza.
Verdelia non cerca Darius solo perché lui le ha salvato la vita. Lo cerca perché, in quel momento di paura e solitudine, quel ragazzo sconosciuto è stato il primo a guardarla con gentilezza invece che con brama o malizia. È stato il primo a non chiedere nulla in cambio, a nutrirla, a proteggerla, a rischiare per lei senza sapere nemmeno chi fosse.
Per una fata, un gesto del genere non è una semplice buona azione: è un legame.
È un filo che si intreccia tra due mondi che raramente si sfiorano.




